Amabile divertissement a base di gotiche atmosfere, lugubri fantasmi, visioni e suggestioni medioevali, un castello vetusto e quasi gormenghastiano, buoni sentimenti in stile manzoniano. Oppure, lo si può anche definire come una storia a metà via tra la tragedia shakespeariana e il feuilletton ottocentesco in cui la morale, supportata da una trama abbastanza intricata per un centinaio di paginette, intende dimostrare che le colpe dei padri ricadono sui figli.
Mentre il cuore della storia vuole essere a tema tragico e spaventoso, il contorno propone alcune scenette comiche e/o grottesche, specialmente laddove intervengono i servi del castellano che sono vere e proprie macchiette. La cosa è del tutto intenzionale, come spiegato dall'autore nella prefazione: il suo intento è infatti quello di seguire l'esempio del sommo Shakespeare, il quale come si sa scrive tragedie ma non si vergogna di inframmezzare il dramma con personaggi e dialoghi che possano suscitare il sorriso. Allo stesso modo, Walpole si è divertito a mescolare ingredienti in contrasto tra loro: passato e presente, paura e comicità, realtà e surreale e fantasia. Certo se paragonato a quel che si può leggere oggi, questo scritto risulta sminuito e suscita nel lettore un effetto molto all'acqua di rose; bisogna tuttavia riconoscere i dovuti meriti ad un testo così scorrevole sia in italiano che in inglese (bella l'edizione con testo originale a fronte!), sufficientemente coinvolgente e che sa mantenere alta la tensione dall'inizio alla fine del racconto: se penso che risale alla metà del diciottesimo secolo, vengono quasi le vertigini per quanto questo testo è precursore della letteratura moderna e contemporanea.
Comunque, interpretato e valutato per quelli che sono i gusti e canoni moderni, è una di quelle opere invecchiate un po' malino e le tre stelline brillano della generosità così fervidamente invocata da Walpole stesso in apertura.
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