I matti tra di loro si intendono subito: e infatti io, che tanto a posto non sono, dopo poche parole l'ho capito subito che questo è un monologo che simula un dialogo. E così ho solo dovuto immaginarmi un palcoscenico scuro con un attore di quelli bravi davvero, a condurre questo monologo dall'andatura a suo modo epica, e riflettori polverosi ad illuminare occasionalmente bucoliche immagini della dacia in autunno. Anche così, non è stato facile seguire un discorso che non ha un filo logico, anzi che non ha proprio nessun filo, né logico né illogico. Non so se questo sia il vero e proprio flusso di coscienza o se esistano cose ancor più dodecafoniche. Alcune immagini si presentano all'improvviso, indicibilmente poetiche; in altri passi i lunghi elenchi hanno un effetto piuttosto soporifero (e tuttavia li giustifico perché sono sostenuti, dall'inizio alla fine del romanzo, da una chiave stilistica che non viene mai meno e non si smentisce); intuisco solo vagamente che il testo deve essere zeppo di riferimenti, rimandi, giochi di parole e di significati che mi è proprio impossibile cogliere. Ma decido che mi piace ugualmente: la voce di questo ragazzo – press'a poco tra il quattordicenne e sedicenne, ma non è da escludersi che si tratti di un adulto la cui mente è rimasta imbrigliata nelle pieghe dell'adolescenza – è adulta nella sua follia, anzi si può dire che è una voce senza tempo, in ogni caso non è il classico adolescente piacione che mi ha così spesso irritato in tanti altri libri. Squisiti anche gli altri due personaggi principali, Akatov e Norvegov, ma del resto sentirli raccontare dal protagonista, vederli attraverso la sua lente in scene e dialoghi che con ogni probabilità sono solo state da lui immaginate, li rende necessariamente simili a lui, sono ulteriori promanazioni delle mille sfaccettature della sua personalità. In sostanza, anche se sul palcoscenico agiscono numerose voci, il protagonista è sempre e soltanto uno.
L'insieme di brevi racconti e lunghi vaneggiamenti del ragazzo restituisce un quadro al lettore, ma non alla maniera di un puzzle in cui ogni tessera alla fine torna al suo posto. Direi più alla maniera di un insieme di schegge di uno specchio infranto: per quanto ci si possa affannare a ricomporre il meglio possibile, non saranno mai come prima, e ogni volta non saranno mai uguali all'altra.
Il fulcro di tutto, il vero nocciolo di quest'opera non è tanto nei contenuti, volutamente cangianti e disancorati da tutto, quanto nella forma: è una scrittura che sa di polvere da sparo, è l'accensione crepitante e scintillante che percorre, rapida ed uniforme, una miccia lunga duecentoerotte pagine, seguendo lunghissimi ghirigori e arrotolamenti. Proprio per questo temevo il finale: una drammatica detonazione o un finale pirotecnico sarebbero stati banali. L'autore ha invece optato per una dissolvenza che è amarezza e tranquillità al tempo stesso (una scelta che richiama neanche tanto vagamente Pietroburgo di Belyj): grossomodo condivido questa scelta anche se mi è mancata un'ultima parola, un ultimo guizzo, un ultimo flash che mi inducesse ad accendere la quinta stella. Ma forse è anche questo negli intenti dell'autore: non desiderare e non ottenere, a nessun costo, la quinta stella.
"...i rododendri che crescono ogni minuto da qualche parte sui prati delle Alpi sono molto più felici di noi […]. Solo per l'essere umano, gravato da un'egoistica compassione di sé, la morte si dice oltraggio e sciagura."
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