Mi associo a @Gauss e @Ettore: il libro si è lasciato leggere abbastanza volentieri ma non ha suscitato in me alcun entusiasmo, anzi sono rimasta piuttosto delusa.
Questo romanzo è la storia di un completo fallimento, la madre di tutti i fallimenti: dimostra che ci può essere fallimento anche laddove apparentemente l'obiettivo è stato raggiunto. William Stoner, nella sua vita, ha ottenuto tutto quello che voleva eppure in tutto a suo modo ha fallito. Ma non sono sicura di quale voglia essere il messaggio o addirittura la morale che l'autore voleva trasmettere costruendo questo genere di storia. Il "Cosa ti aspettavi?" ripetuto più volte e che rimbomba come un'eco dalla testa di uno Stoner ormai anziano e ammalato alla mente del lettore, è un buon escamotage per trasmettere l'angoscia del finale, ma non è il senso ultimo di tutto il discorso. Io credo piuttosto che la vera epifania sia nella riflessione che termina con "A una donna o a una poesia, il suo amore diceva semplicemente: Guarda! Sono vivo!". Forse la vera morale, il vero inno di questa storia potrebbe o dovrebbe essere la semplicità.
La vera questione è come e/o perché una storia di questo genere e scritta in tal modo possa risultare avvincente ai più. La compassione? Il realismo? In verità, il trucco è arcinoto: raccontare la realtà attraverso gli occhi di un puro, un semplice (in questo caso un contadinotto, un sempliciotto), uno che nei confronti della vita è più portato alla sottomissione che alla reazione: questo libro non è il primo e non sarà nemmeno l'ultimo ad utilizzare tale stratagemma letterario. Il contadinotto in questione riesce apparentemente a tirarsi fuori dall'ignoranza, si laurea e diventa professore, ma a differenza di uno, che ne so, come Gavino Ledda (che più reale non si può) il quale è ben consapevole di ogni suo passo in avanti e dei perché e percome che lo spingono innanzi nella sua faticosa scalata, Stoner invece per la maggioranza del tempo è incosciente, completamente assente a sé stesso, perennemente annebbiato. E' urticante questo suo torpore da cui non riesce a mai a scuotersi. Il totale fallimento della sua storia sta anche nel fatto che la cultura non lo risolleva dal suo stato di incoscienza, dal non rendersi mai conto di cosa accade attorno a lui, dal non trovare mai le parole adatte per quello che prova e che vorrebbe dire. Della goffaggine del personaggio si può solo prendere atto ma non le si può certo muovere una critica in quanto si tratta per l'appunto di una creazione letteraria; posso però criticare Williams, che è talmente didascalico da raggiungere livelli di goffaggine non inferiori a quelli del suo personaggio. Come già osservato da altri, anticipa e sottolinea i fallimenti, liquida in poche righe gli anni di felicità senza nemmeno spiegare tanto il perché di questa felicità e poi si contraddice poche righe dopo. Vorrebbe parlare della vita, e di cultura, tutte cose di una certa profondità, ma poi non trova niente di meglio da far dire ai suoi personaggi se non quei soliti e banalissimi "Mio Dio!" E quei "bastardo figlio di puttana" usato indistintamente in senso sia positivo che negativo. Ci mancava solo qualcuno che concludesse la riflessione dicendo "ciucciati il calzino", poi eravamo al completo.
Questo personaggio Stoner è dunque un "topos" della letteratura ma a quanto pare ottiene un risultato con maggiore efficacia di altri suoi simili: l'enormità del fallimento qui narrato tira il lettore per i capelli a riflettere sul senso ultimo della vita, il significato di un'esistenza umana.
Io non so più dove l'ho letta questa cosa, perché l'ho subito fatta mia: io penso che il senso non c'è. Non c'è uno scopo, un traguardo, un raggiungimento dell'obiettivo dopo il quale ti puoi sedere e sospirare e affermare "ecco, ora non ho vissuto invano". Non è una gara. Non c'è famiglia, non c'è realizzazione di sogni, non c'è religione, non c'è sofferenza o dolore o felicità che tenga. La vita è in ogni singolo momento e basta. E la riflessione che ho citato sopra mi riporta a questo genere di ragionamento, a questo genere di semplicità.
E' inquietante vedere messi nero su bianco l'immobilità e il vuoto, la mancanza di consapevolezza e il senso di straniamento in cui possono trascorrere un gran numero di anni della vita di una persona. Il primo capitolo fa affacciare il lettore su questo baratro di incoscienza e provoca le vertigini.
Nel secondo capitolo, l'università viene descritta come un ricovero per vecchi e/o disadattati. Nel terzo capitolo, altra mazzata: innamoramento, matrimonio e famiglia vengono anche questi svuotati di ogni parola e sentimento e lasciati lì come gusci vuoti sulla spiaggia. Il libro mi inquieta e mette a disagio sempre più, sono proprio curiosa di vedere dove andrà a parare l'autore. Del resto so già per certo da commenti e recensioni che non ci saranno colpi di scena. Quarto e quinto capitolo, il fallimento inizia a venire chiamato con il suo nome ed esaminato più nei dettagli. Il tono con cui l'autore accenna ai fatti e ai comportamenti negativi contenuti nella sua trama inizia a farsi vagamente compiaciuto: ha intenzione di creare un novello Bartleby o semplicemente si sta divertendo a maltrattare il suo protagonista? Andando avanti smetto di contare i capitoli, annoto solo che i momenti di lucidità del protagonista sono persino inferiori ai suoi momenti di felicità. Nella parte centrale, le approfondite e dettagliate citazioni dai discorsi di professori e studenti a proposito di ellenismo e medioevalismo nella letteratura inglese, che sono strettamente funzionali all'episodio con lo studente Walker, stridono fortemente con la totale mancanza di approfondimento circa i contenuti degli studi dello stesso Stoner che si segnalava sin dall'inizio del libro: un cambio di registro tanto completo quanto improvviso. Nel mio modo di sentire, è attribuibile anche questo alla goffaggine di Williams cui accennavo sopra. Dalle parti dell'affaire Driscoll l'andatura sembra finalmente aver trovato quella grazia e quella rotondità di cui si sentiva la mancanza e che si era vista solo vagamente baluginare nelle primissime pagine. E invece nel finale, per quanto non privo di interesse, ritorna nuovamente la goffaggine di prima e, ancor peggio, un che di sbrigativo. Ondeggio sconsolata tra le due e tre stelle, masticando amaro per la delusione.
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