Come giustamente osserva @elalma, di storie distopiche non se ne può più: sul grande e piccolo schermo le trovo irrimediabilmente repellenti, e anche in letteratura non mi attraggono più di tanto. Ma per questo romanzo dovevo fare un'eccezione, e menomale che l'ho fatta: è il capostipite e precursore, così precursore che sembra essere lì, pochi passi davanti a noi che viviamo nel 2018, e invece ormai ha cento anni... che non sia la dimostrazione pratica di quanto si sostiene in "La scuola degli sciocchi" e cioè che il tempo è solo una bislacca e un po' presuntuosa invenzione?
In realtà, ancor prima di iniziale la lettura di questo "Noi", stavo già riflettendo sulle assonanze e dissonanze che intercorrono tra Sokolov e Zamjatin. "La scuola degli sciocchi" è a suo modo un inno alla fantasia, alla leggerezza che deriva da purezza e ingenuità e incoscienza, alla contemplazione della natura fine a sé stessa e che genera una gioia piccolissima e al tempo stesso infinita, è un caleidoscopio di colori. E giunge alla conclusione che "...i rododendri che crescono ogni minuto da qualche parte sui prati delle Alpi sono molto più felici di noi […]. Solo per l'essere umano, gravato da un'egoistica compassione di sé, la morte si dice oltraggio e sciagura." E' dunque quantomeno curioso osservare come Zamjatin esponga una conclusione pressoché identica, pur arrivandoci dalla strada opposta e con intenzioni opposte, nella riflessione filosofica sul rapporto tra libertà e fantasia e felicità, e con una tavolozza fatta solo di grigi e azzurri e color acciaio, dove la minima macchiolina di rosso o di giallo squilla come un campanello di notte. In entrambi i casi si vagheggia/vaneggia una totale assenza di arbitrio, desiderio e consapevolezza come unica via per il raggiungimento della felicità. Zamjatin lo fa virando con grazia verso un umorismo che sfocia nel grottesco: "Ma non pensi che la vetta [della felicità] siano esattamente le pietre riunite in una società organizzata?"
Sul significato storico del romanzo, scritto in Russia nei primi anni del governo sovietico e dunque palese critica al regime e avvertimento per quello che poteva accadere in futuro, e la censura che ne è conseguita, su tutto questo mi pare non ci sia nulla da aggiungere.
I temi trattati sono argomenti totalizzanti, riguardano veramente la vita, l'universo e tutto quanto. La felicità, la libertà di espressione, la vita in relazione a lavoro e produttività, qui si osserva l'essere umano a tutto tondo, con tutte le implicazioni filosofiche, sociali, economiche.
Il contesto temporale è un altro aspetto contorto di questo libro, se uno legge un libro scritto cent'anni fa pensa di dover contestualizzare quantomeno certi ragionamenti, e invece no: è un'opera sospesa nel tempo perché anche se sta per compiere i cento anni, racconta di un ipotetico e distopico futuro remoto che ci fa tuttora paura e che in parte sta già realizzandosi (non è forse vero che già oggi tendiamo ad irridere oppure ad ignorare bellamente tanti fatti e nozioni della Storia e del passato dell'umanità? Non è forse vero già oggi che un poeta, uno scrittore o un musicista vengono visti con sufficienza perché "con la cultura non si mangia" e si cerca di inculcare nei bambini il concetto che se uno è veramente furbo deve occuparsi di ingegneria o di chimica? Non è già reale in tanti contesti l'obbligo di avere un certificato di avvenuta operazione/vaccinazione/xyzione? per non dire poi del "bisogno", ormai dato da tutti per scontato e assodato, di condividere ogni istante e immagine della propria vita e mettersi in mostra il più possibile, altro che pareti di vetro...); e visto che nel mezzo, tra il 1920 e quel futuro remoto, ci siamo noi con il nostro presente, non si può negare quanto il romanzo sia attuale, in quanto esprime appieno i bisogni, i desideri e i timori degli esseri umani del 2018.
Anche sotto il punto di vista della forma letteraria, io lo trovo estremamente valido e attuale. La scrittura spezzettata, a tratti sgangherata, qualche volta si dilunga in spiegazioni e altre volte dà cose per scontate, ma il tutto rientra perfettamente nei parametri di quello che è il mezzo scelto dall'autore per costruire il suo libro. Qui si legge infatti il diario di un abitante (o unità, come dicono loro) dello Stato Unico, in un futuro remoto. E' un ingegnere, o un matematico, si definisce costruttore ma non tanto nel senso di carpentiere quanto di capo-progetto, in ogni caso vi si potrebbe individuare in un certo qual modo un alter ego dell'autore. Questo ingegnere, ligio alle regole e devoto al potere, non sentendosi all'altezza per esaltare in modo opportuno il potere e la grandezza dello Stato Unico attraverso un'opera d'arte vera e propria, decide che da parte sua il miglior contributo alla gloria del regime possa essere la massima sincerità, e con tale spirito di estrema trasparenza inizia a redigere le sue note. Non rendendosi tuttavia conto che, proprio a causa di questo impegno verso la massima sincerità possibile, il resoconto quotidiano lascerà subito trasparire tutte le crepe, le contraddizioni, tutte le inquietudini originate dalla enorme massa di costrizioni cui gli abitanti di questo futuro sono sottoposti, i desideri e le sensazioni a cui egli non è nemmeno in grado di dare un nome, e così non può altro che definirsi malato, o se qualche volta gli scappa di metterli per iscritto, certi pensieri o desideri, una parte della nota viene poi cancellata (anche in questo caso, dunque, la frammentarietà del testo fa parte della finzione cui esso intende rifarsi). Presto il complicarsi della presunta malattia farà sì che egli non possa più trovarvi riparo tra le rassicuranti pieghe del regime e così il diario rimarrà l'unico suo sfogo, l'unico suo possibile confidente. "La testa mi si spaccava, due treni di logica si erano scontrati, accartocciati l'uno sull'altro, e l'uno demoliva l'altro con fragore...". Questo soggetto così adorante nei confronti del potere, incontrerà una donna: una figura enigmatica che in pubblico appare in un modo e in privato (quel poco che resta loro) è tutt'altro. E qui mi fermo perché credo che le affinità con Orwell siano già state sufficientemente esposte. La rielaborazione che Orwell ha operato a partire da questo testo non è inutile né leziosa, vista comunque la caratura di chi l'ha fatta: penso che leggendo prima l'uno e poi l'altro, Orwell e Zamjatin oppure viceversa, in ogni caso penso che ciascuno dei due possa fare l'uno da prefazione all'altro, oppure l'uno fare da postfazione all'altro. Sono due opere assolutamente, anzi direi necessariamente complementari.
Concordo con chi ha osservato che qui in Zamjatin si può trovare una dose di poesia che Orwell non è stato del tutto in grado di ricostruire (oppure non ha voluto), c'è un respiro poetico che arriva al lettore contro ogni aspettativa se si considera quanto il racconto è farcito di metafore di matematica, di fisica, di meccanica e anche un po' di filosofia. Tutti questi elementi sono come il pizzico di sale da aggiungere tra gli ingredienti per la preparazione di un dolce: sembra che non c'entri niente, e invece poi funziona eccome, e finisce che uno ne vuole un'altra fetta.
L'aspetto più coinvolgente è il modo - del tutto inconsapevole, progressivo e lentissimo come una marea - in cui il protagonista inizia a prendere coscienza di qualcosa che non vuole ammettere, che non sa spiegare, che non è nemmeno in grado di concepire, e mentre lui si dilunga in spiegazioni scientifiche e metafore matematiche, c'è un sostrato che si muove tra le righe, un'inquietudine che non ha proprio nulla di matematico, e più egli si affanna a ripetere e ripetersi quell'"è chiaro" come un vero e proprio mantra, più la sua esistenza va ingarbugliandosi. Questa costruzione mi ricorda molto da vicino "Tempo di uccidere" di Flaiano, e su questo paragone mi taccio, assaporando in bocca il buon aroma della soddisfazione. Dopo alcune letture così-così, questa mi ci voleva proprio.
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