domenica 30 settembre 2018

Vicino al cuore selvaggio - Clarice Lispector

Timothy Leary's dead. No, no, he's outside looking in.  

Mi dispiace davvero tanto, ho cercato con ogni buona volontà se non di farmelo piacere almeno di comprenderlo; ma ora io qui non ho nessun motivo per scrivere una falsa sviolinata soltanto perché è piaciuto alla maggior parte di amici e vicini, e l'unica verità che posso scrivere è che l'ho trovato cervellotico e farraginoso.  
Quando ho iniziato a leggerlo non avevo idea di cosa aspettarmi: un po' per via del fatto che i vari commenti e recensioni mi hanno dipinto un quadro molto eterogeneo, ma anche e soprattutto per quella che è la storia personale dell'autrice: nata in Ucraina, naturalizzata brasiliana, afferma di non avere nulla a che fare con il suo paese di origine, e di non averci mai nemmeno messo piede dal momento in cui finché era là l'hanno sempre dovuta tenere in braccio... ma Dio solo sa se non è vero che si può sentire la nostalgia per un qualcosa o per un luogo che non si è mai conosciuto. Io credo anzi che sia la forma di nostalgia più profonda e dolorosa. Del resto, il sangue non mente e gli occhi nemmeno: una che assomiglia così tanto a Marlene Dietrich non può che essere europea dalla punta dei capelli fin nel midollo.  

Tutte le attenzioni dell'autrice sembrano essere qui irrimediabilmente calamitate da quel particolare momento della giornata (e dunque della vita) che occorre per ognuno di noi al risveglio, con modalità credo molto simili per tutti: la luce è debole e soffusa, l'intera stanza si compone di diverse sfumature di grigi, tra le lenzuola indugiano ancora gli echi e i sentori dei sogni, la mente non è più del tutto addormentata ma non è ancora del tutto sveglia e cosciente, e in tale stato può accadere di essere iper-ricettivi nei confronti di una qualche riflessione o sentimento particolare, e allo stesso modo può accadere di ripromettersi e figurarsi magnifiche sorti e progressive, epici cambiamenti che poi verranno regolarmente sgonfiati e smontati dall'inizio vero e proprio della giornata e dalla sua inevitabile routine. Ecco, il libro pare essere un'unica ed esagerata dilatazione di quei pochi minuti di semi-incoscienza: ogni frase e riflessione di lei (ma anche del marito e anche dell'amante del marito e dell'amante di lei), lei da bambina ma anche da ragazzina e da adulta, ogni considerazione sembra scaturita da quelle condizioni anche quando il racconto si sta necessariamente svolgendo in un momento diverso dal risveglio. E' un fluttuare costante, un galleggiamento che a mio avviso e per i miei gusti si protrae troppo a lungo. E' un torpore troppo uniforme per poter durare oltre vent'anni e per potersi posare uguale identico su più personaggi.  
Quel che ne esce, da tutto questo fluttuare, è il quadro di un'infanzia ma soprattutto di un'adolescenza fatte di infelicità e di estrema difficoltà (per non dire impossibilità) di rapportarsi con gli altri. Di più, la protagonista ha difficoltà ad esprimersi persino con sé stessa, tra sé e sé: quel "tutto, tutto!" ripetuto in maniera talmente ossessiva, sfibrante e delirante da non significare proprio niente di niente, mi ha fatto pensare ad uno stato di iperventilazione o ad uno stato allucinatorio. O forse al contrario, forse c'è il bisogno di una qualche sostanza psicoattiva per agevolare l'apertura di canali di comunicazione con il resto del mondo. Uno stato di incoscienza che è una costante, non ha sviluppo nel corso della lettura e non ha soluzione di continuità: in questo senso è più un racconto che un romanzo.    
Credo non vi sia dubbio alcuno circa il fatto che l'autrice intende qui esprimere dolore, un male di vivere, una bestia che si dimena senza sapere bene da che parte rivolgersi. Non saprei dire in quale misura questo dolore sia solo immaginato o veramente vissuto sulla propria pelle, ma propendo più per la seconda ipotesi. Tra queste pagine e tra tutto questo galleggiamento di pensieri in libertà, c'è un dolore sordo e muto, radicato e inconsulto al punto da venire ingannevolmente percepito come una sorta di forza e selvaticità. E visti il titolo e la citazione di Joyce da cui il titolo stesso è tratto, il fluttuante stato allucinatorio viene associato (in maniera un po' troppo riduttiva e sbrigativa) all'essere artista. Perché invece è solo un cuore sanguinante, non c'è nessuna forza ma solo tanto dolore, mescolato con tanta solitudine e tanta immaturità. L'immaturità, ovviamente, è del personaggio, mentre la giovane autrice alla sua opera prima dimostra di sapersi muovere con cognizione sul terreno che si è scelta, questo è innegabile, indipendentemente dal fatto che la formula risulti più o meno gradita al lettore. E' chiaro quanto quest'opera sia debitrice a "Il lupo della steppa" di Hesse, forse fin troppo, ecco un altro dei difetti: arriva quasi a farne la parodia. C'è persino un Bach che qua e là fa capolino al posto di Mozart: ma Bach è una faccenda troppo massiccia per poterlo far apparire qui e lì come se fosse un folletto o un gattino, e in nessun caso ti può sostituire Mozart visto che i due sono agli antipodi sia come musicalità che come personalità.  
In ogni caso, è stata una nuova esperienza di lettura: mi si conceda di aver comunque fatto un passo in più rispetto chi dice "non mi piace" senza averlo letto e rispetto chi dice "brutto" senza aver sviscerato un po' di percome e perché.    

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