lunedì 3 settembre 2018

Saluti notturni dal Passo della Cisa - Piero Chiara

Not my cup of tea 


NB – nascosto sotto lo spoiler, in realtà non c'è uno spoiler ma solo un pippone-lenzuolone della sottoscritta, pateticamente appassionata della storia della viabilità, della toponomastica e compagnia cantante, in polemica con un Piero Chiara vistosamente poco pratico delle zone oppure vistosamente in vena di fantasia. Mi è venuto così di getto: non lo cancello ma lo nascondo, si tratta di uno sfogo davvero insignificante.  

Prima volta che leggo un libro di questo autore, finora non lo avevo mai preso in considerazione: era un sesto senso. Ma stavolta il titolo, veramente superlativo, mi ha praticamente preso per i capelli, mi ha portata al pc e obbligata a ordinare il libro. Risultato: raccontino giallo/noir dalla prosa elegante, compostissima e tuttavia non scevro da imperfezioni; interessante la morale per cui la verità non diventa tale solo perché qualcuno la esige o qualcun altro la dichiara a gran voce: quando succede un disastro, muoiono persone, si rovinano dei legami, la verità è solo quel risultato e non tanto il modo in cui si è arrivati a ottenerlo. Ma in generale mi lascia con lo stessa insoddisfazione, lo stesso amaro in bocca di quando ho letto il pasticciaccio di Gadda. Ed in effetti i due hanno molto in comune, se non altro nell'impianto (molto meno nella prosa, nello stile, nel linguaggio). 

Divertente è il tono cinico e beffardo della voce narrate che si posiziona a metà tra la cronaca giornalistica e il documento giudiziario. Eleganza e compostezza sono doti innate in un autore, o ce le ha o non ce le ha, e non si può negare che Chiara appartenga al primo caso. Imperfezioni sono certe piccole incoerenze, come ad esempio esordire nelle prime righe, a proposito dei più intimi pensieri del protagonista, dicendo "come venirlo a sapere dal momento che è vano supporre, o peggio immaginare simili dati?" - mi dico: bene, dunque abbiamo una voce narrante esterna ma non onnisciente - salvo poi, a pagina 45-46 riferire nel dettaglio i pensieri dello stesso uomo, da solo in camera da letto... insomma, questa voce narrante è o non è onnisciente? Imperfezioni ci sono nella prosa, che a volte, un po' troppo compiaciuta della propria eleganza, inizia ad arrotolarsi su sé stessa (come rilevavo anche nel commento a "La grande sera" di Pontiggia) e poi finisce per dimenticarsi di fare la convergenza ai singolari e ai plurali; mi ha ricordato a tratti anche Volponi, a quanto pare scrivere in tal guisa era proprio una moda di quegli anni. 

A proposito degli anni, fatico a collocare lo svolgimento della vicenda: apprendo su Wikipedia che il romanzo è stato pubblicato postumo nel 1987; presumibilmente sarà stato scritto verso la fine degli anni settanta o inizio anni ottanta: in questo caso è ambientato negli stessi anni in cui è scritto, visto che si parla dell'apertura dell'autostrada Borgotaro - Pontremoli, siamo necessariamente dopo il Maggio 1975. Però non mi tornano in conti con l'incipit in cui si parla della "primavera di una trentina di anni orsono": vuol dire che nel primo capitoletto di una decina di pagine sono stati liquidati trent'anni di storia? Se è così ne prendo atto, ma non me ne aveva data l'impressione. Vado avanti a leggere un alto po', e si accenna ad un ipotetico incontro del protagonista con la sua governante "cinque o sei anni prima, durante un suo viaggio in Italia quando organizzava il suo ritorno". Ma allora, cinque o sei anni prima rispetto a cosa, quale momento del racconto? 
Sempre grazie a Wikipedia, leggendo la breve biografia dell'autore, mi accorgo che i personaggi presenti nel romanzo hanno molti tratti autobiografici, il che mi fa piacere, almeno con questo mi pareva di riuscire a capirne un po' di più e invece...   

[Altre imperfezioni le registro dal punto di vista geografico-stradale: per un lettore che vive a Roma o a Milano è impossibile farci caso, e così egli potrà gustarsi appieno la lettura, ma se uno vive proprio nelle zone in cui l'autore ha ambientato i fatti, tutte quelle piccole incoerenze finiscono per dare l'orticaria. Abbiamo dunque un certo dottor Salmarani che parte dal Bergamasco per andare dalla moglie nella residenza estiva a Lerici, e fa una deviazione per fermarsi a Langhirano nel parmense, per andare a farsi la governante del suocero. Dopo la sveltina, si rimette in istrada verso Lerici: la modernissima autostrada Borgotaro-Pontremoli è appena stata inaugurata, come si diceva sopra, ma lui sceglie di non percorrerla perché vuole perdere tempo e arrivare dalla moglie il più tardi possibile: e così da Langhirano scende in giù per poi risalire fino a Fornovo e prendere la Cisa. Però se uno deve solo perdere tempo, un passo non vale l'altro? Questo Salmarani non ce l'ha una cartina? Ormai che sei sui contrafforti dell'appennino, ci sono altri cento passi che svalicano e ti portano a Bocca di Magra senza dover per forza ripassare dalla via Emilia o dalla pedemontana... boh? Giustamente la voce narrante fornisce al lettore una breve storia del percorso della statale della Cisa, che Napoleone ha voluto ampliare e migliorare e che tuttavia esisteva già da secoli. Però anche gli altri percorsi sono antichi di secoli, da sempre percorsi dai pellegrini che seguivano la direttrice romea, per non parlare dei commercianti. Lo stesso Napoleone, prima di optare per la Cisa, aveva valutato per lo meno un'altra ipotesi di valico tra i monti del reggiano. La statale massese che svalica al Lagastrello (e che guarda caso passa proprio per Langhirano), rimodernata nel '54, è stata la via del sale a partire dal medioevo fino ai tardi anni settanta in cui lo stesso Chiara scrive: conosco personalmente chi, proprio nel '75 o giù di lì, andava per questa via con il camion a prendere il sale di contrabbando, quando c'erano grane con i Monopoli di Stato, per poter mandare avanti la lavorazione in salumificio . E' fin troppo evidente che Chiara è passato da queste parti, vi ha soggiornato un giorno o forse due, e ha pensato di collocarvi il suo romanzo ispirato a un fatto di cronaca nera, ma un giorno o due non bastano per capire le minuziose e non scritte regole secondo le quali si muove la gente di un determinato sito. Sapere che la gente di un paese, per andare alla tal destinazione, predilige un certo percorso rispetto un altro, il punto è tutto lì, saperlo e rappresentarlo, se vuoi riprodurre la realtà: è un fatto antico di secoli che non ha una motivazione vera e propria. Sennò tanto vale inventarsi tutto e fare come fa Stendhal, un minestrone di secoli diversi e luoghi diversi. 
Stesso discorso vale per il modo di chiamare i luoghi: la Badia di San Michele, qui mai nessuno l'ha chiamata così: Badia Cavana, oppure Badia e basta. 
E ancora: la bondiola. Ma chi l'ha mai usata, da queste parti, questa espressione? Potrai sentir parlare di cod'ghén, mariola, cappello del prete, ma certo il termine "bondiola" non s'era mai sentito prima. Per non dir dei culatelli... il culatello in collina non l'hanno mai fatto, negli anni settanta la maggioranza della gente non ne aveva neanche mai visto uno, e la culaccia (altrimenti detta "culatello con cotenna") è venuta di moda solo molti anni dopo.  
La faccenda stradale si complica ancora di più quando il Salmarani, interrogato dagli inquirenti, dichiarerà che per andare a Lerici faceva la Cisa perché "è l'unica strada possibile". Ma se l'ha appena detto la voce narrante, che c'è anche l'autostrada? Insomma, siamo prima o dopo il '75? Andando ancora avanti con la lettura, un nuovo dettaglio mi ha fatto capire che Chiara sta proprio facendo come Stendhal, mescola i dettagli a casaccio: mi posiziona il castello di Felino a un paio di chilometri dalla Badia, e vicino alla villa del protagonista. Ma lo sa anche un bambino che Felino è diversi chilometri più in là, ed è invece il castello di Torrechiara ad essere vicino al paese di Langhirano (e a questo punto ho anche individuato quale possa essere la villa cui l'autore si è ispirato per l'ambientazione del fatti principali). Ma qual è l'utilità di mettere alcuni dettagli realistici e altri palesemente contraffatti? Solo per corroborare e sottolineare la  dichiarazione iniziale per cui "ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale"? 
Morale: si fa presto a dire che un autore racconta la provincia con le sue minuzie, ma la verità è che la provincia devi conoscerla sennò le minuzie ti vengono tutte sbagliate. La provincia è un po' come la contea di Frodo: ti sembra una robetta semplice, ti sembra di poter imparare tutto in un solo giorno e invece non finiresti mai di apprendere qualcosa di nuovo neanche in tutta la vita.] 

Tento di mettere da parte la mia vena polemica e concludo che l'irritazione maggiore mi è derivata dal non riuscire a comprendere in quale posizione l'autore abbia voluto mettere il suo personalissimo confine tra realtà e invenzione. Mi sta bene che sia lui a decidere dove posizionarlo, questo confine, perché è lui che scrive, però in quanto lettrice vorrei poterlo vedere e comprendere, o almeno poterlo interpretare a modo mio. Io qui un'interpretazione non glie l'ho saputa dare. Di buono mi restano solo il titolo, la morale non priva di una qualche interessante riflessione, una qualche descrizione notturna che ho sottolineato volentieri e più in generale l'atmosfera notturna dei viaggi del Salmarani. Un po' poco per potermi dire soddisfatta.  

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