Luci e ombre, piacevole anche se, sotto certi aspetti, trascurabile.
Dopo i ponti di vetro della Lispector avevo proprio bisogno di qualcosa come una carraia. Possibilmente sassosa, magari su un crinalino. Decido che Pavana mi può andare bene: lo so che la porrettana oggigiorno è regolarmente asfaltata, ma tornando indietro neanche di tanto doveva essere poco più di una carraia.
Al termine della lettura, posso dire di aver percorso qualche bel sentiero ma, per così dire, non sterrato quanto mi aspettavo. Raccontini brevissimi, alcuni di atmosfera e altri meno; alcuni con epifania finale e altri nemmeno quella.
Inizio a scrivere le mie note partendo da una considerazione di @Stefano che condivido in toto: di quelli che "una volta era tutto più bello, ai miei tempi era tutto meglio..." non se ne può più. Ma la verità è che Guccini non intende seguire questo tipo di ragionamento, la sua operazione è molto più semplicemente un provare a ricostruire, immaginare com'era la vita una volta. E va da sé che questo lavoro è anche un po' un ricordare, ma alla base di tutto c'è una curiosità buona e sincera, con un vago spirito da appassionato di storia, di sicuro non c'è nessuna vena polemica né lamentosa. Il modo di raccontare di Guccini è piacevole per la sua semplicità e per il suo realismo.
Quel che mi fa aggiungere quel "trascurabile" di cui sopra è il fatto di essere finanche troppo realistico, e di dare per scomparso un mondo che invece è ancora vivo e vegeto, con i suoi buoni pregi e con i suoi tantissimi difetti. Le frazioncine in montagna si saranno anche spopolate rispetto gli anni '50, ma quelli che ancora ci vivono sono convintissimi di essere ancora in quegli anni. I discorsi riportati in questi racconti sono gli stessi che sento in piazzetta quando mi tocca la domenica su in montagna dalla suocera, e che sentirò tra una decina di giorni alla festa del marrone a Campora. La voracità con cui questi bravi montanari si avventano sulle cibarie in occasione del banchetto delle nozze è sempre la stessa: oggi non patiscono più la fame degli anni quaranta ma nel loro cervello si è impresso in maniera atavica l'insegnamento di mangiare più che si può, quando ce n'è in abbondanza e per giunta gratis, perché domani non si può mai sapere come sarà. Le storie su quel che ha fatto il tale quella volta o il talaltro quell'altra volta, ora si raccontano ancora più grosse, ogni volta qualcuno ci aggiunge un pezzetto in più, tanto i testimoni oculari son tutti morti. L'invidia e i commenti che durano ore e ore se vedono passare qualcuno con un trattore più grosso o un camion più potente del loro; decantare gli ineccepibili pregi del raccolto di patate del proprio campo a paragone degli enormi e insormontabili difetti delle patate del campo di fianco (poi vai a vedere e si tratta di fazzoletti di terra di un metro per un metro, non solo non ci entra il trattore, ma non ci si gira nemmeno un cavallo, eppure sono tutti rigorosamente recintati con tanto di quel filo spinato che manco durante la prima guerra mondiale); le balle dei cacciatori, dei pescatori e dei fungaioli circa la quantità e la qualità dei loro bottini; e quanto si arrabbiano se qualcuno, in totale e incommensurabile buona fede gli augura "buona caccia" o "buona pesca": fanno su fagotto e tornano a casa. Ecco, tutti questi discorsi sono ancora gli stessi identici. A volte mi fanno ridere o sorridere, il più delle volte sono snervanti nella loro pochezza e nel loro sventolare l'ignoranza come una vistosa bandiera.
[L'unica cosa ad essere cambiata radicalmente nel volgere di una cinquantina d'anni è l'atteggiamento dei montanari nei confronti di quelli della bassa e/o dei cittadini: una volta era un misto di ammirazione e timore reverenziale, come spiega bene Guccini in queste pagine, quelli della bassa erano visti come quelli più "scafati" e fortunati per avere a disposizione maggiori modernità e tecnologie. Oggi questo sentimento è completamente ribaltato in un misto di insofferenza e compatimento. Insofferenza perché quelli di città sono quelli che vengono su la domenica a "prendere": portano via i funghi e le castagne e tutti prodotti del sottobosco, portano via la selvaggina o anche se vengono solo per fare un giro, la sensazione è che stiano usurando il paesaggio. I residenti delle frazioni di montagna, se potessero farebbero pagare un pedaggio di accesso al comune, come a Venezia. E il compatimento è perché si sentono come gli unici depositari di un'antica verità, come se fossero membri di una setta, un club qualitativamente superiore: giù in città poverini patiscono il caldo, poverini hanno l'inquinamento, poverini non sanno più distinguere un porcino buono da uno matto. Un principio di tale cambiamento si intravede anche nei racconti di questo librino.]
Guccini, già che era alle prese con un lavoro scritto, aveva l'occasione di aggiungerci un pizzico di epicità o quantomeno di atmosfera in più, dare un po' di lustro a qualcosa che nella realtà è abbastanza opaco. Forse la soluzione è lampante e sotto gli occhi di tutti: è aggiungendo musica che si dà a queste storie di pastori e contadini quel luccichìo in più. Lo dimostra proprio un maestro come Guccini, lo dimostrano quei ragazzi bravissimi de Lassociazione, e tanti altri che sul momento non mi vengono in mente.
Concludo annotando che mentre leggevo ho ritrovato la stessa piacevolezza di tante altre letture, più o meno recenti, tutte accomunate dal comune tema della montagna (Cognetti, Campani, Balzano, Corona, e perché no anche Stern): dunque bisogna ribadire che è un tema che funziona e a cui tutto sommato non si finisce mai di attingere. Tre stelle e mezza.
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