martedì 23 ottobre 2018

Io confesso - Jaume Cabré

Non mi guardare con questa faccia. So che mi invento qualcosa, ma dico sempre la verità.  

Confesso che non so di dove partire per provare a spiegare cos'è e com'è questo libro. Ci sono dentro tutte le faccende che compongono la vita, più tutta la Storia e tutta la Cultura europee: come faccio io, così ignorante, a individuare il bandolo della matassa? Un'opera monumentale dalla costruzione veramente perfetta. Già altre volte, quest'anno, ho letto cose che mi hanno entusiasmato ma poi mi sono sempre trattenuta dall'assegnare le cinque stelle perché quelle è logico riservarle solo per capolavori e pezzi grossi: ma questo un capolavoro lo è, e questo autore realisticamente non sfigurerebbe come premio Nobel per la letteratura, allora eccole qui, cinque stelle per lui ed enorme soddisfazione per me.  

Nel carattere e nella vita del protagonista ci deve essere un qualcosa - tanto o poco – dell'autore: Cabré è uno studioso che non ha nulla da invidiare a Eco e questo romanzo è ricco e denso come Il pendolo di Foucault, ma molto meno compiaciuto e arrotolato su sé stesso, è anzi lungo e ben disteso, con un abbraccio grande quanto le ali di un albatro stringe tutto a sé: il protagonista e il lettore stretti insieme alla storia medioevale, la storia moderna, la filologia e la cultura in generale, la musica e la storia della musica, la filosofia e tante di quelle riflessioni sulla natura umana e sulla religione, e ancora le città e la montagna, l'amicizia, l'amore, i rapporti con i genitori, la sofferenza e i sensi di colpa, il tradimento in ogni sua forma, l'arte, il desiderio e il bisogno di realizzarsi nell'arte, tutto quanto in un unico lungo discorso che salta dal passato al presente, dalla prima alla terza persona ma senza mai traballare neanche in una sola virgola. 
La costruzione è oltremodo cinematografica, con le dissolvenze e le sovrapposizioni di scene tra i diversi rami della storia a partire da un oggetto o da una frase che li accomuna.  
Un lavoro perfettamente concluso nella sua forma di canto gregoriano composto di sette melodie o sette preghiere; e al tempo stesso un'opera splendidamente incompleta perché seguendo i mille rivoli da cui discende, e i mille rami in cui di nuovo si disperde e diversifica, sarebbe possibile proseguire all'infinito raccontando infiniti spin-off.  
Il protagonista e voce narrante inizia dunque il suo racconto, e lo fa partendo dalla propria infanzia, rivolgendosi ad un interlocutore misterioso di cui lentamente si inizieranno a intravedere i lineamenti, interlocutore che si intuisce dover essere (o almeno essere stato) un qualcuno a lui molto vicino. Anche il modo in cui questi lineamenti emergono poco a poco, è davvero perfetto. La ricchezza dei contenuti e l'ambientazione almeno in parte accademica me lo avvicinano un po' al sopra citato Pendolo di Foucault, e un po' anche al Giuoco delle perle di vetro di Hesse: anche qui c'è un protagonista che raggiungerà delle vette, con un amico che in un certo qual modo è sempre un passo dietro di lui, ma il raggiungimento degli obiettivi non potrà dissipare il velo di dolore e difficoltà che la vita ha posato su di lui nel corso degli anni. Ho ripensato agli altri protagonisti professori ed eruditi che ho incontrato ultimamente: lo Stoner di Williams non regge nemmeno il confronto, a paragone è una piccola e piatta figurina; il Rui S. di Antunes nella Spiegazione degli uccelli ha molti tratti in comune con questo personaggio, ma qui il dolore rappresentato è infinitamente più grande e sopportato ed esposto con lucidità fino all'ultimo, in maniera anche più devastante della depressione e del male di vivere, e finirà per sfociare in una patologia molto più concreta.  
Di man in mano che si procede con la lettura, il tono della narrazione cambia lentamente registro e ci si accorge che non è tanto racconto quanto confessione, preghiera, testamento, pianto e implorazione di un perdono che in ogni caso non potrà lenire. A farla da padroni sono le ferite dell'animo, le incomprensioni e il non detto, quel senso di vuoto che rimane nel petto quando gli eventi prendono una piega inaspettata. E un senso di colpa grande come tutto lo scibile umano, come un immenso geoide che pesa sopra le spalle del protagonista, nonostante o forse proprio a causa della sua intelligenza e cultura; solo che costui non è Atlante, non è un dio né un supereroe muscoloso: è un ragazzino solo, e poi sarà un signore calvo e un po' panciuto. Ma nonostante tutto questo dolore, quanto respiro che c'è in questo libro, quanti dettagli di vita vera negli oggetti, nelle scene, nei dialoghi, in ogni piccolo cono di luce e in ogni zona d'ombra. E a fare da armonioso e composto controcanto ai dolori e alle difficoltà, ci sono la cinematograficità dell'esposizione e una certa piacevolissima e amarissima ironia sottesa alla teatralità con cui vengono reiterate determinate scene e/o frasi salienti.  
Commovente in tutte le accezioni del termine. Ottocento pagine talmente coese e coerenti, anche se si allungano su quasi ottocento anni di Storia, che ora che conosco tutta la trama mi sembra quasi di poterle riassumere in un sospiro. Quando dispiace così tanto e in modo così speciale di aver terminato una storia, significa che quella era una storia davvero eccezionale.  

Nessun commento:

Posta un commento