"Vide un gatto su un davanzale, si allungò per accarezzarlo dicendo: "...micio, micio" ma il gatto inarcò la schiena minaccioso e soffiò. […] "Turisti russi aggrediscono gatti lettoni" s'immaginò la copertina di un giornale locale."
"In quella piattaforma capì di colpo che la rivoluzione era inevitabile. Guardava il proprio viso e la vedeva approssimarsi, portatrice di furia e di terrore. E non c'era più scampo."
"Se il cattivo è cattivo, io sono tre volte peggio"
Come il movimento ampio e costante di un pendolo, questo romanzo è tutto costruito sull'oscillazione tra due estremi: da una parte un atteggiamento goliardico e scanzonato, dall'altro una cupa e sorda e rassegnata tristezza. Tali sono i tratti distintivi del protagonista di questa storia: il carattere ambivalente, o sarebbe meglio dire bifronte, e un certo qual modo pragmatico di dialogare con sé stesso, sono i tratti che lo accomunano al protagonista de Il monastero, l'altro romanzo di Prilepin che ho letto pochi mesi fa. Questo autore è stato una delle migliori scoperte di quest'anno, ho scelto due libri a caso e ho fatto centro con tutt'e due.
Ora che ci penso, i due protagonisti e le due storie hanno un'altra cosa in comune: con entrambi si dimostra concretamente che c'è qualcosa, in fondo all'animo umano, che una volta spezzato non si può riparare più. Il corpo è come un pupazzo, si può ricucire o incollare, ma altrove il danno resta permanente, ed ecco il fondo su cui poggia quella tristezza di cui dicevo prima.
Ancora una caratteristica in comune tra i due libri: all'inizio il racconto è volutamente lento, l'autore si prende tutto il tempo e tutto l'agio per costruire un contesto. Solo successivamente le vicende inizieranno a prendere l'abbrivio, per poi subire una nuova battuta d'arresto con il protagonista risucchiato in una spirale di violenza e alcool.
Partire dalla profonda provincia per andare nella capitale con l'intento di "spaccare tutto" salvo poi accontentarsi di obiettivi minori, e salvo infine impantanarsi tra i fumi dell'alcool. In questo processo e/o meccanismo c'è un qualcosa che mi richiama – tanto naturalmente quanto involontariamente – la parabola di un tale Bianciardi.
Le differenze: mentre ne Il monastero c'è una storia dal carattere quasi storico, in quanto racconta come sono andate le cose agli albori di quell'esperimento che poi sarebbe diventato l'arcipelago Gulag, questa storia ha invece un carattere più di attualità perché ritrae la Russia alla fine degli anni novanta o inizio duemila, a cavallo tra la capitale, le città periferiche e gli sperduti villaggi fatti di povere izbe; e con protagonisti che parlano esplicitamente in questi termini: "Noi proseguiamo. A zonzo per la vecchia Rus'."
Se poi si considera che viene qui esaminato il modo in cui il concetto di "patria" entra in collisione e al tempo stesso entra a far parte delle vite di giovanissimi che galleggiano su un mare fatto di nulla, e ci si trova ad osservare un movimento che vuol cambiare lo stato delle cose non da destra e non da sinistra ma da sopra, cambiare per cambiare punto e basta... beh, allora stiamo parlando di estrema attualità e non solo russa.
"E poi un bel giorno nel loro codice di ragazzi di strada, tra i loro principi sani e coerenti, era entrata, forse casualmente, una parola come Patria. Era stato decisivo."
Dal punto di vista letterario, io lo trovo ben scritto: ha un tono pacato che incontra il mio gusto, una prosa ricca e mai banale. Per quanto riguarda l'attualità e la filosofia politica, si capisce che è costruito "dal di dentro", da qualcuno che ha toccato con mano quello di cui parla e dunque si lascia apprezzare indipendentemente che se ne condividano o meno le posizioni. E infine, anche dal punto di vista psicologico è ben congegnato, anche in questo caso senza concessioni alle banalità: sensazioni e sentimenti del protagonista sono elementi concreti in cui ciascuno può - almeno in parte - riconoscersi.
I temi della patria, del governo ingiusto e corrotto, del desiderare di far qualcosa per cambiare lo stato delle cose e dell'essere o meno in grado di fare questo qualcosa, sono tutti temi enormi e complessi e qui non vengono trattati in maniera univoca e tanto meno con una morale conclusiva: se ne parla per introdurre gli argomenti e per riflettere, senza sentenze.
"La Rus' vaneggia Dio, rossa fiamma nel cui fumo traspaiono gli angeli..."
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