venerdì 28 dicembre 2018

Maria Zef - Paola Drigo

Per fortuna concludo in bellezza: l'ultimo libro dell'anno è senza dubbio da cinque stelle. Dopo una lettura fortemente deludente, nel giorno di Natale tutti i santi del paradiso Verista mi sono venuti in soccorso suggerendomi di prendere in mano questo volumetto. Una scrittura poetica, densa, dal grande respiro per quanto narri di esistenze miserande, con descrizioni della montagna di notte così mozzafiato come ne avevo trovate solo ne "Il clandestino" di Tobino. Tutti gli altri libri sulla montagna (Cognetti, Campani, Balzano), pur con tutta la buona volontà, restano quattro passi indietro: testa bassa e pedalare. Tolgo lo sguardo dalla natura per posarlo sull'umanità che viene qui narrata, e in questo caso il paragone da fare è con "La Malora" di Fenoglio, niente di meno: c'è la stessa ineluttabilità, la stessa vita grama e bestiale, qui non si scrive per l'happy-ending, lasciate ogni speranza voi che entrate - anzi voi che leggete.  
E infine, per chiudere il discorso dei paragoni, devo mettere a mano Verga, Capuana e compagnia bella, quell'olimpo di cui dicevo sopra. Ma è verista questa Paola Drigo? Io sono un'ignorante quindi non è che possa andare tanto per il sottile, ma grossomodo direi proprio di sì: gli anni sono quelli, l'impostazione della scrittura è quella, quindi anche a costo di essere semplicistica mi limito a crogiolarmi in questa bella soddisfazione: ho letto un gran bel romanzo verista.  

Nota di demerito per la pessima edizione: brutta rilegatura, brutta impaginazione, brutti i caratteri, brutta la grafica. Sembra uno di quei self-publishing da strapazzo (le edizioni youcanprint sono mille volte meglio, tanto per intendersi). Non me ne voglia Elisa Quinto, la cui foto campeggia in copertina, e che ha scritto una prefazione sintetica, abbastanza esaustiva e non spoilerante: ma perché questa foto? Se l'autore della prefazione avesse avuto le fattezze di Babbo Natale, ne avremmo fatto una strenna natalizia? E perché questo sorriso a trecentosessanta denti? La storia qui narrata è la cosa più pessimista che abbia letto negli ultimi tempi, è più dura di un ceffone dato dalla parte delle nocche. Una storia di questa caratura meritava un contenitore un poco più consono.   

Cerco di superare questo ostacolo non del tutto secondario e torno nel merito. Da qualche parte avevo letto che certe valli del bellunese sono talmente impervie e sono sempre state talmente isolate che solo alla fine del XIX sec. ne è stata fatta una prima, approssimativa, cartografia. Ed è in una di queste valli che si svolge la dura storia qui raccontata: non ci sono riferimenti temporali ma ad un press'a poco direi che siamo tra gli anni venti e i trenta, quel periodo che ha visto la montagna spopolarsi vistosamente per la grande miseria: tanti sono morti di stenti e altrettanti sono partiti per le Americhe in cerca di sopravvivenza, e non di rado sono ritornati più malconci di come erano partiti. La protagonista di questa storia non muore e non parte: le tocca di restare, ma a quale prezzo. Sin dalle prime pagine la disgrazia è incombente, le piante spoglie contro il cielo grigio foriero di inverno potrebbero benissimo essere le mani ossute che la morte sta già incrociando sopra le teste di queste povere anime (per quanto coloro che bevono spavaldamente dai calici siano ben altrove).  

Una distinzione che qui cerca di assumere un qualche rilievo, attraverso i pensieri della protagonista, è quella tra povero e povero: perché non tutti i poveri sono uguali. Ci sono quelli che, pur nella scarsità di denaro, hanno di che sopravvivere e hanno di che mantenere una certa dignità, e le due cose messe insieme consentono la realizzazione di un qualche istante di felicità, nel corso della vita, pur attraverso le mille difficoltà. E ci sono invece quelli che affrontano non solo la povertà ma affondano i piedi nel pantano della miseria, e qui bisognerebbe chiedere soccorso a Hugo per spiegare com'è e come si compone questo girone infernale. Ma in fin dei conti ci riesce benissimo anche la Drigo, pur senza mille dissertazioni e digressioni, ma solo con gli occhi ingenui di una giovinetta.  
Disquisire sul fatto che l'autrice sia una donna e anche la sua protagonista una donna, mi pareva invece irrilevante e irrispettoso, mi dicevo che quel che deve contare di più è l'umanità e non il genere, e di questo fino all'ultimo non avrei saputo dire se c'era da parlarne oppure no, ma infine gli accenni al tema indicati in prefazione non erano fuori luogo: lo strappo del finale, che giunge al culmine di una tensione che è andata via via accumulandosi come in un bolero, getta tutto il racconto sotto una luce esageratamente attuale che parla non dico di presa di coscienza di sé, ma almeno di presa di coscienza del punto di rottura, oltre il quale una persona – in ispecie una ragazza sola – non può più piegarsi senza spezzarsi, e parla di gettarsi in maniera definitiva oltre l'ostacolo non solo con il cuore ma proprio con tutta un'esistenza. E non si può non cogliervi una specie di ammiccamento a Verga, come se la Drigo, pur tra colleghi, gli stesse dicendo "Ah sì, eh?". Dunque, per quanto l'intera vicenda sia incredibilmente dura e cruda, chiudo il libro (e l'anno) avendo in bocca un sapore "sinistramente" positivo.  

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