Strana sorta di romanzo bifronte che proprio come un 45 giri ha un lato A e un lato B: da un lato una canzone un po' irritante, dall'altro una melodia splendida. La prima metà mi ha irritato e scocciato a morte, ma la seconda l'ho amata come "Il gallo rosso" di Dusi, mi ha talmente emozionato che anche facendo la media tra le due non si scende al di sotto delle quattro stelle. E pensare che c'è stato un momento in cui stavo per abbandonare tutto e appioppargli una stelletta di malcontento.
Quando avevo letto "Educazione Europea" di Romain Gary ero rimasta un po' meravigliata e un po' interdetta nel vedere aggiungere al tema della Resistenza una sfumatura magico-fiabesca: iniziando questo romanzo sono quindi rimasta ancor più interdetta nel trovare la Resistenza condita in salsa onirico-trascendentale. Detto in maniera ancora più terra-terra, la cosa non ha incontrato il mio gusto. Ed era un peccato perché di aspetti positivi, nella lettura, ve ne erano molti e da subito evidenti: un prosa lievissima ma dal taglio precisissimo; splendide ambientazioni umbro-toscane con certi tramonti dei primi di settembre '43 che sembrava quasi di sentirne il profumo: profumo della campagna e di rugiada; personaggi sinceri e vagamente ingenui – ma non stupidi – proprio come quelli di Tobino ne "Il clandestino", e più in generale tutta l'atmosfera che viene ricostruita, anche se a distanza di tanti anni ("Il clandestino" è del '62 mentre questo è del '97 o '98) è proprio la stessa , la si legge e la si percepisce fortemente e chiaramente. L'ambientazione, poi, nel casolare di campagna, nella piccola frazioncina in cima alla collina da cui si domina la vista di Città della Pieve e di tutto il circondario: usando di queste locations gli autori con me sfondano una porta aperta.
Il fatto che la protagonista sia ossessionata, più che terrorizzata, dal pensiero della morte, non è neanche fuori luogo: c'è una guerra in corso, ognuno metabolizza alla sua maniera, diciamo pure che ognuno "somatizza" alla sua maniera, e le sue "visioni" non sono poi cose tanto diverse da quel che oggi si diagnostica comunemente come "attacco di panico". Però [il fantasma del padre fedele al fascismo, morto nel '38, che la viene a trovare per farsi spiegare l'andamento della guerra (e si fa pure preparare la cena e si mangia la porzione di entrambi) e che ha bisogno di queste spiegazioni per comprendere il proprio errore e dare così pace eterna alla propria anima, con tanto di esposizioni dettagliate sui vari stadi del passaggio tra vita e morte... questa trovata mi suona proprio come una nota stonata].
Ma quel che mi ha buttato momentaneamente giù nel formulare il mio giudizio è stato un gran garbuglio di incoerenze, come un ingorgo: le incoerenze in un romanzo mi mandano in bestia, non ci dormo la notte. Nel settimo capitolo se ne snocciolano una dietro l'altra come i grani di un rosario, lo ho riletto due volte perché non riuscivo a credere ad una simile infilata.
Incoerenze cronologiche nei dettagli che riguardano l'età della protagonista, del fratello e della morte dei genitori [dapprima si dice esplicitamente che il padre è morto nel '38, e poi invece in questo settimo capitolo si indica che è morto pochi mesi dopo la madre, quindi sarebbe nel '26: ma un buco di dodici anni, in una storia simile, è un abisso!]; incoerenze storiche nel mostrare i cospiratori che il 9 settembre '43 parlano di partigianeria, di CLN, ed espongono in ogni minimo dettaglio quello che ci sarà da fare nei prossimi due anni come fossero preveggenti che manco Nostradamus [l'euforia generale il giorno dell'8 settembre perché tutti dicono "finalmente è finita" è perfettamente realistica, altrettanto realistico è il paese pieno di tedeschi al mattino dopo, e siamo ancora nel realistico quando i clandestini si riuniscono il pomeriggio stesso per parlarne: ma stanno vivendo il caos totale! Dovrebbe essere una riunione concitata, piena di interrogativi e di parole incerte e anzi di concetti per i quali ancora non si conosce il termine esatto. Non possono nemmeno dire con certezza che sta per iniziare una guerra civile, certo non sanno che di lì a poco dovranno nascondersi in montagna e lì organizzarsi in bande e affrontare fame e freddo e rastrellamenti, figurarsi se possono fare "una riunione breve e pacata" ed esporre l'aspetto puramente teorico e generico di come andrà la Resistenza, di che cosa devono fare da questo momento in poi i partigiani, come se stessero leggendo ad alta voce da un libro di testo delle scuole medie di oggi... in quel momento nessuno aveva certezze o idee chiare, nemmeno i pochi e clandestini dirigenti di partito a Roma o a Milano, figuriamoci quattro ragazzi di paese sperduti sull'appennino umbro toscano che non sanno neanche con esattezza se i loro contatti siano del partito comunista o socialista!?!]; incoerenze storico-sociologiche, chiamiamole così, allorquando si racconta della protagonista che nemmeno dodicenne, la madre appena morta quindi siamo nel '26, sarebbe andata con il suo amico di poco più grande di lei a sedersi ai tavoli del Caffè Centrale per parlare dei rispettivi genitori appena morti: una svista così non sarebbe scappata nemmeno ad Andrea Vitali, secondo me in quegli anni una da sola al Caffè Centrale non ci andava neanche a ventidue; e a proposito di genitori, cosa dire del padre di lei: un boscaiolo che vive semisperduto al confine tra Umbria e Toscana, fascista convinto, vedovo con due figli da tirar su... che tiene sul comodino "Les fleurs du mal" di Baudelaire?!?
A questo punto inizio a chiedermi: forse sono io che di questo libro non ho capito niente. Forse quello che devo cercare di vedere non è la realtà di vita tra il 2 settembre 1943 e l'estate 1945. Ma allora il succo del discorso dov'è? Una sottospecie di genere a metà strada tra l'ucronia e la fiction speculativa con una protagonista medium e altri personaggi aspiranti partigiani preveggenti? Forse il senso è nella spiegazione della sinestesia come fenomeno neurologico che la protagonista riesce quasi a governare in maniera consapevole e ad auto-indursi, o nella spiegazione (necessariamente fantasiosa) del passaggio nell'aldilà? Beh, se è così allora mi limito a dire che non fa per me. Tentata di abbandonare a pagina novantasei, vado avanti per il mio solito insindacabile senso del dovere della completezza e della coerenza. Continuavo a ripetermi: "se devo stroncarlo del tutto ho bisogno di leggerlo fino in fondo".
E menomale che non ho mollato. Dall'ottavo capitolo in poi (quindi da metà circa) la fregola metafisica di esaurisce di botto, svaporata come nebbiolina al sole. E quel che resta dopo il fenomeno dell'evaporazione è uno splendido racconto, pulito e diretto, in cui si può vedere la brigata di partigiani radunatisi sul monte Pausillo, con il loro accampamento e le azioni compiute tra l'inverno del '43 e la primavera del '44. Particolarmente bello l'episodio in cui il fratello della protagonista [uccide un tedesco per sbaglio e] viene da tutti ribattezzato "Fulmine" per la rapidità e provvidenzialità del suo intervento. In questa seconda metà diventa bello ed estremamente neorealista anche il personaggio di padre Luigi, mi sembrava proprio di vedere Don Pietro/Aldo Fabrizi in "Roma città aperta".
Alla fine della lettura, c'è una parte di me che resta a maggior ragione indispettita: c'era davvero bisogno di tutti quei riferimenti onirico-sensitivi-trascendentali nella prima metà? Il tema della morte viene ben espresso nelle ultime pagine, il ragionamento chiude bene il cerchio senza che la sua economia abbia molto da guadagnare da quella prima parte di romanzo così eccentrica. Se la seconda metà è così perfetta e pulita, accidenti, non poteva l'autrice evitare di ingarbugliarsi all'inizio con tanti orpelli inutili?
Fa niente: anche solo mezzo libro che fa rivivere emozioni forti, di questi tempi, è già un lusso da tenere in gran conto. Sono soddisfatta che la mia manìa di non voler mai abbandonare un libro a metà stavolta mi abbia regalato qualcosa di gran valore.
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