venerdì 18 gennaio 2019

Gli 80 di Camporammaglia - Valerio Valentini

Aneddotica di un'Italia che sembra sempre sul punto di scomparire, e invece è sempre lì, viva e vegeta, sempre uguale a sé stessa. E anche aneddotica di Resistenza contemporanea: vale o non vale la pena di tenere duro di fronte a una catastrofe?  

Il devastante sisma del 2009, pur con tutto il suo carico di tragicità, funge da pretesto per un'operazione che di tragico non ha nulla: la vivisezione del paesino di montagna, la disamina della tipica frazioncina dell'appennino "...un indefinito luogo di villeggiatura a metà strada tra l'Arcadia e il Burundi", "...a cinque chilometri dal bar più vicino, a dieci dal primo supermercato, a diciassette dal centro della città. La mesta devozione alla propria miseria come solo pane quotidiano, l'indifferenza al resto del mondo come inconsapevole forma di sopravvivenza...". 

Questo libro esamina non solo la comunità nei suoi aspetti sociali e storici, ma allarga la veduta fino a comprenderne i lati più diversi: psicologici, economici, topografici e architettonici, una veduta straordinariamente completa se si pensa che ci viene offerta da un nativo del paese stesso (come si fa ad analizzare in modo obiettivo l'elemento in cui si sguazza da sempre? Beh, Valentini ci riesce) e per giunta nemmeno trentenne. La freschezza della scrittura si sposa piacevolmente con la maturità dell'analisi. Oltretutto, è un'analisi completa senza essere logorroica, visto che riesce a far stare tutto il discorso in 140 paginette scarse.  

Ogni volta che rifaccio questa scoperta (un po' come quella dell'acqua calda), resto sempre piacevolmente sorpresa: nel constatare che la dorsale appenninica è davvero una regione a sé stante, e dalle Apuane all'Aspromonte ci sono più punti in comune che non elementi di differenza; e così io che da parecchi anni osservo con spirito critico i paesini dell'appennino tosco-emiliano, mi ritrovo qui tra le mani una fotografia che dovrebbe essere scattata in Abruzzo ma che è ugualmente valida anche per tutte le altre latitudini della dorsale: l'aia con la piazzetta per la festa patronale che ogni estate riporta all'ovile i nativi che sono andati a lavorare e vivere in città, la fontana nella parte alta dell'aia, il Circolo, la parte bassa del paese con le case più accrocchiate e scalcagnate, la strada provinciale che solo ad anni cinquanta inoltrati giunge in paese come a liberarlo dal suo medioevo, il boom economico del dopoguerra arrivato con venti o forse anche trent'anni di ritardo; l'esigua popolazione tutta suddivisa in due - massimo tre - cognomi, il dialetto più aspro e più buffo rispetto quello della bassa, il groviglio di liti e screzi che con il passare dei secoli incattiviscono e inacidiscono, ovviamente la pastorizia e la piccola agricoltura come elementi portanti e fondanti della comunità, che hanno rappresentato per tanti di quei secoli gli unici mezzi di sostentamento al punto da continuare ad essere considerati tali anche oggi che nel ventunesimo secolo non contano quasi più nulla; la tendenza ad esagerare e all'occorrenza inventare in ogni minuzia, il trasformare ogni discorso in una dissertazione sui massimi sistemi, l'alterigia con cui si esibisce agli "altri" (i civilizzati) la propria miseria per farne, a seconda dei casi, un vanto o un piagnisteo; e persino i singoli personaggi cambiano i nomi rispetto quelli che conosco personalmente io ma non i caratteri: quello smanettone e bricoleur, quello che viene implicitamente investito della sovrintendenza agli affari pubblici, e via discorrendo potrei continuare per ore. Mi ero imbarcata in queste stesse osservazioni anche scrivendo il commento al libro di racconti di Guccini "Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto": ma devo riconoscere che se si tratta di raccontare il paese di montagna, Valentini sa essere molto più godibile e disincantato e al tempo stesso più organico.  
Dicevo: resto sorpresa nel vedere con quale precisione questo pattern si ripete alle varie latitudini e ancor più piacevolmente sorpresa - direi quasi al limite dell'invidia - nel vedere quanto viene ben descritto un ambiente che conosco ormai a menadito, che mi vantavo (tra me e me) di saper osservare con occhio acutissimo e grande obiettività, e che mi sarei sentita capace di raccontare con tre parole di numero, ed invece qui ed ora mi tocca abbassare la cresta e ammettere che analisi più acuta e approfondita di questa, senza essere pedante e pesante, proprio non l'avrei saputa fare.  
E ancora, degno di nota è il modo in cui l'autore si apre lo spazio per le proprie riflessioni riguardo il fatto se sia meglio tenere in vita tradizioni e consuetudini anche a costo di una certa finzione e ipocrisia, o se sia meglio lasciarsi portare e disperdere dalla corrente: ricordo di aver già annotato qualcosa anche riguardo a questo, e in effetti questo libro presenta qualche interessante analogia con "L'inondazione" di Bravi a proposito di un certo tipo di "resistenza". 
Infine: curioso (o forse no) come, giusto un annetto prima che questo libro venisse scritto, siano stati proprio i lupi del crinale a porsi qualche domanda circa l'essere felice in apparenza; loro lo hanno fatto in musica ma in definitiva è pur sempre scrittura.  

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