"In una vecchia casa di Fabbriche conserviamo l'antico stemma del distretto. E' inciso nella chiave di volta del portale, ed è uno scudo con una bomba svampante in tre fiamme; le fiamme lambiscono la data 1523."
Già solo questo sarebbe bastato per farmi sentire a mio agio nel libro: come vado in oca io, ad osservare portali e stemmi vari (il più delle volte senza capirci un'acca), credo solo pochi altri.
Davvero una gran ballata: una storia fatta a sua volta di tante storie, trattenute insieme dal senso dell'equilibrio, della misura, e da un forte senso dell'orgoglio, il tutto incastrato come in un tango. E anche l'incedere dell'universo intero finisce a sua volta per sembrare un tango maledetto ma appassionante.
"Meccanica celeste" è il "sommo mistero dell'equilibrio che ci governa al di sopra i tutti i governi": ed in effetti con questo libro Maggiani si concede il lusso massimo di disquisire, alla sua maniera, sui massimi sistemi - la vita l'universo e tutto quanto. La storia di una vita camuffata da insieme di storie e favole e leggende, oppure lo si può anche leggere come il contrario. Storie vere – o comunque che sanno di vero – tutte raccontate con un tono a metà tra il beffardo e il fiabesco. Episodi vari e riflessioni varie in libertà vengono qui proposti non nel formato dei singoli racconti bensì tutti amalgamati in un unico monologo: una formula decisamente godibile. Il tempo del monologo copre un periodo relativamente breve, dal novembre 2008 all'agosto 2009; ma fatti, storie e leggende contenuti al suo interno riescono a coprire gli ultimi due millenni. Uno degli aspetti che più apprezzo, nelle letture come questa, è il vedere come riescono a impastare in un'unica malta gli eventi contemporanei e la vita contemporanea con la vita di popolazioni di duemila anni fa: qui cimbri ed etruschi sono perfettamente personificati nelle genti del posto, come se passato e presente fossero una distinzione insignificante, il tempo un unico grande oggetto senza soluzione di continuità, e la vallata il suo contenitore, a sua volta racchiusa nel cuore delle alpi Apuane.
All'interno della narrazione, ottima anche la formula che tende ad accostare e amalgamare il calendario dei santi con il calendario laico e con quello pagano legato alle stagioni.
Il protagonista e narratore non può non ricordare da vicino "Il coraggio del pettirosso" e "il viaggiatore notturno"; e mi ha richiamato alla mente anche "Tolbiac" di Sebaste: c'è la stessa tensione alla comprensione del sé, della propria dimensione e dei propri significati.
Il tema della montagna è fortissimo e preponderante, imperdibile la citazione di Braudel in epigrafe: "Se in Sardegna, come in Lunigiana come in Calabria, come ovunque, l'osservazione (se possibile) ci rivela un hiatus con le grandi correnti della storia, e l'arcaismo sociale (e tra gli altri quello della vendetta) perdura, lo si deve anzitutto alla semplice ragione che la montagna è la montagna. Cioè, un ostacolo. Ma, in pari tempo, anche un rifugio, un paese per uomini liberi."
Come nel libro di Valentini che ho letto da poco, anche qui c'è tutta la piccola comunità montana nelle sue peculiarità: caratteristiche di paesaggio, urbanistiche e costruttive, caratteristiche dell'economia e delle attività, ma anche e soprattutto caratteristiche dello spirito e della Storia. I tratti distintivi delle tipiche figure montanare sono qui più nascosti tra le pieghe del fantasioso e/o del verosimigliante, si mescolano con qualche sogno e un po' di ironia e richiedono un occhio più attento per essere riconosciuti. E mi ha fatto sorridere il modo in cui le genti del versante emiliano vengono sempre chiamate "quelli di là" o "quelli dall'altra parte". Del resto noi, parlando di loro, facciamo lo stesso se non peggio.
Il tema della genitorialità mi ha portato ad osservare analogie e contrasti con "L'oratorio di Natale" di Tunström: letto poco più di un anno fa, quest'ultimo esponeva una sorta di tesi dell'"unicum" tra nonno-padre-figlio, anche quando questi tra loro non si sono conosciuti; mentre qui Maggiani sostiene una tesi opposta e cioè che siamo tutti in un certo qual modo degli orfani. Orfanità come condizione generale e la montagna non tanto come madre adottiva quanto come il migliore degli orfanotrofi possibili.
E ancora: non mancano il tema dell'emigrazione, della seconda guerra mondiale che vede l'attenzione soffermarsi doverosamente non solo sui partigiani ma anche sulle stragi; [l'accostamento tra le stragi naziste e le stragi terroristiche degli anni 80 è fatto in modo per nulla pacchiano e senza nessuna strizzata d'occhio alla ricerca di facile commozione, anzi al contrario: qui si riflette brevemente ma fermamente sulla condizione della vittima superstite che non cerca compatimento, si biasima chiaramente l'esaltazione del superstite come "reliquia di vittime illustri", proprio il contrario di quel che si legge in quelle pacchianate cimiterial-feticiste che vorrebbero commemorare le stragi dell'undici settembre e simili, e suscitare commozione e invece finiscono solo per esaltare gli estremismi del tipo "o con noi o contro i noi"]; il tema dell'ecologia ha qui un'impronta ragionata e storica e non gratuitamente buonista; il tema della lettura e dell'amore per i libri, anche in questo caso presentato in maniera per nulla banale; e tanto altro ancora: nell'indice, a fianco di ogni capitolo, avevo iniziato a prendere nota dei tanti temi toccati, ma presto ho terminato lo spazio disponibile per scribacchiare a matita.
Scrittura raffinata, descrizioni squisite, massime di vita intelligenti e non posticce: per chi ha voglia di sottolineare, di rileggere e risfogliare, qui ci sono 312 pagine in cui sguazzare. Quatto stelle e mezza.
Nessun commento:
Posta un commento