Felicissima di averlo scoperto con il passaparola qui su GR. L'idea della "casa estrema" mi affascina terribilmente: una casa in un sito da avamposto, in un luogo di frontiera e/o confine, una roccaforte o un micro-insediamento nella posizione più elevata del monte oppure su un passo. Venivo da una lettura, con Maggiani, ambientata sulle Apuane: anche se si trova solo pochi chilometri alle mie spalle, è già a suo modo un'ambientazione con qualcosa di estremo nel suo carattere più profondo; per trovare qualcosa di ancora più esagerato bisognava proprio affacciarsi su un oceano. Vedo passare questo titolo qui su GR e non so resistere alla tentazione di comperarlo.
"Qui l'oceano si schianta mugghiando contro la falesia, incontrando l'ultima fiera roccaforte fra due mondi". Quando poi ho letto che nel '78 l'oceano si è letteralmente ripreso la casa protagonista del racconto, quasi come a voler scrivere lui stesso il vero finale del libro e in modo che si possa parlare della casa come di una persona e dire che "è venuta a mancare", allora vado proprio in visibilio.
Prima di iniziare, ho spulciato in lungo e in largo la cartina di Cape Cod, cercando di immaginarmi cosa significhi essere veramente lì: se penso che basta andare a Lampedusa o a Predoi per sentirsi in un luogo di frontiera, figurarsi a Cape Cod...
Una volta che si ha il libro in mano e si legge prefazione e quarta di copertina, oltre alle recensioni varie in giro e citazioni con brani tratti dal libro stesso, in un primo momento può sembrare che si tratti di una faccenda un po' new age: l'uomo, la parola e la poesia in armonia con la Natura e la Terra e con il Cosmo. OM.
Ma non è esattamente questa la chiave di lettura, o almeno io ho voluto leggere il libro da un'angolazione leggermente diversa che è comunque una di quelle suggerite dallo stesso Beston: l'ho letto in senso più storico, come ricerca di un qualcosa di ancestrale ma anche tanto concreto. Il periplo del sole è il ciclo per antonomasia, è la grande epopea che si ripete ancora e ancora, è la credenza cui gli antichi si sono saldamente legati ben prima che il cristianesimo e le altre religioni monoteiste che oggi conosciamo vedessero sorgere la propria alba. E dunque l'ho letto in chiave un po' pagana (ancora una volta, rifacendomi a quel che già trovavo anticipato in "Meccanica Celeste" di Maggiani): il racconto di un anno in cui si osserva un viaggio, anziché compierlo.
E' un libro fatto di colori, suoni, profumi, suggestioni, un vero tonico per gli occhi e per il cuore. Una teoria infinita di colori pastello, sfumature di tutti gli ori e gialli e azzurri possibili, e i colori delle piume degli uccelli e le tonalità metalliche dei pesci, e poi tutte le gradazioni del buio, e ancora superfici di ogni consistenza e porosità. La scrittura è estremamente musicale e l'attenzione dell'autore si dedica a tutti i cinque sensi in maniera che vuole essere amorevole e scientifica nel contempo. E' minuziosissimo: certi passaggi iper-descrittivi arrivano a sfiorare quel confine di digeribilità che sta tra il libro divulgativo e il serioso saggio scientifico.
Beston non fa l'eremita e tantomeno il misantropo: amici e passanti e naviganti sono sempre presenti nel suo racconto, e il cammeo finale in cui osserva il fisico scolpito di un nuotatore solitario è ben più di un semplice cammeo. Anche se scrive nel '26, la passione che lo muove è tutta ottocentesca: il suo definirsi "naturalista", il suo entusiasmo, la sua ottima cultura insieme al sapersi arrangiare (dunque non un secchione o un pollo da allevamento), tutti questi suoi tratti me lo fanno vedere come quanto di più vicino ci possa essere, nella realtà, al personaggio del dottor Maturin inventato da O'Brian.
Da un lato mi suona un po' ingenuo – o naïf, o dir si voglia – vedere scritto "Natura" con la maiuscola e leggere il diario di uno che ne parla come della madre per eccellenza (quando invece si sa bene che è più che altro una matrigna) e c'è una parte di me che si trova più d'accordo con Cognetti quando questi dice che "natura" vuol dir tutto e niente, le cose vanno chiamate con il loro nome una per una. Eppure non posso non provare simpatia ed empatia nei confronti di Beston: dal momento in cui vuole scrivere le sue impressioni e sensazioni, e la sensazione predominante è quella di voler raccogliere in un unico abbraccio un insieme di vite, per quanto indeterminato questo insieme sia, egli ha tutto il diritto di esprimersi alla sua maniera: sarà pur naïf ma non si può non apprezzarne la semplicità e la spontaneità. E finiscono per essere piacevoli anche gli incisi del tipo "ma lasciate che vi racconti...": di solito li trovo irritanti, sono un inutile sfoggio di una fittizia confidenza tra autore e lettore, e invece qui mi suonano bene: sarà per la forma di diario, sarà per la spontaneità del tono della narrazione.
Dunque se le esortazioni finali a essere partecipi di una certa "armonia cosmica" lasciano un po' il tempo che trovano, è pur vero che tutto il racconto di un anno, con la rivoluzione del sole intorno a quella spiaggia primitiva, anzi primigenia, serve a far fare al lettore un bel giro su sé stesso e arrivare a percepire le dimensioni delle cose che lo circondano facendo le dovute proporzioni con spazi e tempi incommensurabili. E' una veduta vertiginosa e trascorrere tutta una vita con una tale vertigine sarebbe una sofferenza, però affacciarsi una volta ogni tanto da questa finestra fa più che bene.
Nessun commento:
Posta un commento