giovedì 7 febbraio 2019

La figlia del partigiano - Louis de Bernières

Che brutto libro, e che fatica finirlo. Un vero strazio.   
Ma è veramente lo stesso De Bernières che ha scritto "Il mandolino" e "L'impossibile volo"? Speravo che ce ne fosse in giro un altro con lo stesso nome e che per un malaugurato caso mi fosse capitato in mano un libro del "sosia"… ma la triste verità è che è sempre lui: lui che cerca di imitare il sé stesso degli altri due splendidi libri. E non ci riesce, neanche lontanamente.   

Fastidiosamente didascalico. E per "didascalico" non intendo solo che sembra voler fare la lezioncina sulla storia della Jugoslavia più qualche pillolina di anni '80 in Inghilterra, e che la finzione narrativa in cui si svolgono queste lezioncine è del tutto traballante (dicasi anche: trama trascurata, pressoché assente e personaggi trascuratamente piatti e un po' sciocchi); intendo didascalico anche in senso più letterale, perché sembra proprio tutto scritto per brevissime didascalie, frasette appiccicate insieme.  
Particolarmente irritante è la protagonista Roza: mi ha ricordato da subito la Elizaveta in "Questa storia" di Baricco (e già qui partiva male perché quel Baricco non è che mi fosse piaciuto granché), e un po' anche la Agota di Covacich in "A perdifiato" (questo già mi era piaciuto di più): le tre donne hanno in comune, oltre alla provenienza est-europea, un carattere volitivo e una figura complessiva che si posiziona al di fuori da qualsiasi stereotipo o cliché. Quest'ultimo tratto dovrebbe essere un elemento positivo; ma se un personaggio è talmente concentrato su sé stesso per voler apparire ad ogni costo fuori dalle righe, anche a costo di essere irrazionale, così irrazionalmente intento a rendersi odioso che attraverso il personaggio si riesce a intravedere l'immagine dell'autore concentrato nel suo sforzo, come dietro un vetro non adeguatamente oscurato, beh, forse allora sarebbe stato meglio rientrare un po' più nei ranghi, lasciare al lettore un maggior piacere della lettura e non distrarlo con quell'immagine dell'autore impegnato ad andare a parare da una qualche parte ma non si sa bene dove. A meno che uno non stia giocando a fare il remake dei "Sei personaggi in cerca d'autore", ma non credo proprio fosse questo il caso.     
La descrizione più azzeccata di questa Roza la fa lo stesso co-protagonista Chris: "Detestavo quando Roza parlava a quel modo. Era sguaiata e volgare, e secondo me non rifletteva la sua vera natura. Lo faceva solo per posa, con una sorta di spontaneità artificiosa, e mi guardava sempre dritto negli occhi perché voleva mettermi alla prova." Ma allora com'è che l'autore si è "dimenticato" di spiegare - o quantomeno di suggerire – qual è la vera natura di questa Roza? Ma si può, nel ventunesimo secolo, lasciare un romanzo monco in siffatta maniera? 
Questo Chris continua a sopportare Roza fino a pagina centottantaepassa, per quanto artificiosa e sguaiata e volgare, semplicemente perché vorrebbe portarsela a letto. E vabbé, fin qui tutto normale, ci può stare. Ma affinché io, lettrice, possa trovare la voglia e l'interesse a tirarci in fondo, l'autore potrebbe almeno fornirmi un segnale, un indizio di quando terminerà quella artificiosità, o almeno di quale possa essere il suo significato. Niente di tutto ciò. L'ho letto fino in fondo sperando, se non in una splendida scoperta come mi era accaduto con "Alle Case Venie" letto da poco (anche lì avevo avuto la tentazione dell'abbandono, e poi invece sono stata ampiamente ricompensata), almeno in un piccolo guizzo finale come era accaduto con "La forma dell'acqua" un annetto fa, un qualcosina che gli facesse recuperare un piccolo punticino. Ma ancora, niente di tutto ciò. Non vale neanche la pena scrivere altro, passo oltre e ben di corsa. Delusione clamorosa.  

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