venerdì 29 marzo 2019

Canale Mussolini - Antonio Pennacchi

Al m'à contè propria 'na béla fòla.  

Sono contenta di avere concesso a Pennacchi una seconda chance dopo la delusione di "Mammut": quest'altro romanzo si è lasciato leggere molto molto volentieri. 
  
E' la storia della famiglia dell'autore, un po' vera un po' inventata, attraverso tutto il Novecento. Per quel che viene prima del Novecento, Pennacchi si è appropriato della storia di Bacchelli e fa un breve riassuntino della trama de "Il Mulino del Po", inventandosi così di essere un discendente di un ramo secondario degli Scacerni. Verso Bacchelli io nutro la riverenza massima e assoluta, se qui ne fosse uscito un libretto mediocre avrei addebitato a Pennacchi l'aggravante di avere scomodato uno che se ne sta lassù sull'Olimpo, ma il lavoro è ben riuscito e quindi la citazione ci sta. Di mio ci ho aggiunto il pensiero che potrebbe essere anche un po' un proseguimento di "Maria Zef" della Drigo, visto che là si è nelle montagne al confine tra Veneto e Bellunese, e qua si riparte dalla bassa veneta, ma in entrambi i casi si parte dalla miseria più nera. Ed è anche a suo modo un approfondimento del discorso di "Italiani, brava gente?" di Del Boca, beh, se non proprio approfondimento, comunque propone diversi spunti di riflessione. 

Tutto raccontato in prima persona plurale, rivolgendosi ad un interlocutore esterno ed immaginario (come fa spesso Guimaraes Rosa) con un "noi" che a seconda dei casi si riferisce a "noi veneti", oppure "noi contadini", o ancora "noi fascisti" o "noi dei Peruzzi". Questo "noi" è essenziale per cogliere il significato centrale del racconto: non fa del revisionismo e tantomeno dell'apologia del fascismo, o almeno io non ci ho letto nulla di tutto ciò. Vuole raccontare la sfumatura, la mescolanza: si sa bene di cosa si parla quando si dice la guerra civile, quando si parla di rossi contro neri ma la verità è che in mezzo, tra le due fazioni, ci sono mille variazioni, centinaia di migliaia di singoli casi isolati di chi passa da una parte all'altra e viceversa, per convenienza o per ingenuità o per grossolani errori o per ragioni che risalgono chissà quanto indietro nella Storia. Il "noi" di Pennacchi si riferisce proprio a questo gran calderone di popolo ed è da questo punto di vista che l'autore vuole provare a raccontare la storia che già tutti conosciamo nelle sue grandi linee. Nessun giusto/sbagliato, nessun bianco/nero, soltanto misto di grigi e di confusione.   
Il tono colloquiale e le espressività popolari della narrazione conferiscono un incedere epico-ironico a una faccenda che poi tanto epica non è, ma fa parte anche questo di quel punto di vista di cui sopra, ed è una scelta felice in quanto all'orecchio del lettore risulta tutto armonizzato, voce narrante e storia raccontata. Se fosse stata una voce che, calando dall'altro verso il basso, racconta come sono andate le cose imponendo una specie di verità assoluta, allora sì che sarebbe stata una sfacciata apologia di fascismo. 
Qualcuno lo ha definito "la rappresentazione plastica dei peggiori aspetti del carattere italiano": sacrosanta verità, mai definizione fu più azzeccata. Visto che il carattere italiano, in percentuale, è fatto più di aspetti peggiori che non di aspetti migliori, tanto vale che qualcuno inizi a prender atto della realtà e mostrarla per quello che è.  
"Ognuno g'à le so razòn" è la morale che viene più volte esplicitata nel corso del racconto, e come non essere d'accordo, specialmente quando le ragioni vengono dalla povera gente e quando uno vuole provarsi a immaginare - se non proprio capire - i perché della Storia, che cosa c'è dietro ogni pagina. Del resto, l'altra argomentazione che rimane più implicita ma non meno evidente è la montagna di contraddizioni che compone questa parte di Storia d'Italia: il non voler sentir parlare di fondare nuove città salvo poi andare a inaugurarne una pochi mesi dopo; il non voler andare a fare i padroni in casa degli altri salvo poi andare a farci la guerra pochi anni dopo; l'essere non-interventisti che si tramuta rapidamente in interventismo; partire da estrema sinistra per arrivare a estrema destra; iniziare la guerra alleato di uno e concluderla alleato dell'altro; last but not least: chiamare un figlio "Turati" e poi trovarsi a ribattezzarlo, da parte di tutta la famiglia, "il Can del Turati".  

Ha inoltre il merito di mettere l'accento su quel particolare tipo di ignoranza che è fatto non proprio di analfabetismo quanto di scarsa cultura generale unita a un timore reverenziale nei confronti dell'autorità del momento, qualunque essa sia. E di gente così ce n'è una marea ancora oggi: in questo si concretizza la assoluta continuità della società italiana tra il prima e il dopo la guerra; ed inoltre questo carattere è parte integrante ed essenziale di quello sport nazional-popolare che è il salto sul carro del vincitore, dicesi anche cambio di casacca o come lo si vuole chiamare. Con questo non giustifico un bel niente: non giustifico chi non ammette di aver votato Berlusconi, chi non ammette di aver votato DC, figurarsi se si può giustificare di non ammettere di essere stato fascista della prima ora.  
Ma Pennacchi gli errori della sua famiglia li ammette tutti: dalla volubilità alla litigiosità, tutte cose che anche quando non sono giustificabili sono alquanto realistiche, direi quasi dati di fatto.  
In ogni caso, più che come una "excusatio non petita" io l'ho voluto leggere come un "ascolta 'sta storia, adesso ti conto com'è che è andata dalle mie parti". Al di là delle inevitabili riflessioni indotte dalle parti vere e storiche, il tutto poi finisce comunque per scontrarsi con quelle inventate e dunque il romanzo è da prendere più per il racconto in sé che non per le verità assolute che tanto poi non sono mai tali.  

Devo annotare un errore madornale a cavallo tra pag.25 e pag.282: a pag. 25 si fa una lista della "...barca di figli: Temistocle appunto, nato subito nel '97, poi una femmina nel '98, '99 zio Pericle, 100 l'hanno saltato, '1 zio Iseo, '2 una femmina, '3 un'altra femmina e '4, come detto, zio Adelchi." 
Poi però a pagina 282 si dice "...mio zio Pericle, che invece era legatissimo a zio Iseo, quello venuto subito dopo zio Adelchi", sovvertendo così l'ordine cronologico delle nascite. Possibile tra autore, editors e compagnia cantante, non se ne sia accorto nessuno!?!?!? 

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