giovedì 4 aprile 2019

La Signora Gocà - Marella Agnelli

All'interno della categoria "racconti con episodi di infanzia", quanto a grazia e compostezza della narrazione non ha nulla da invidiare a "La lingua salvata" di Canetti. E quanto ai contenuti, inevitabile che si finisca per sentirli più immediati e vicini e che si vada a fare confronti con altre letture di autori italiani che raccontano degli stessi anni: anni '20, anni '30, poi la guerra e il dopoguerra.  
Riguardo l'aspetto più estetico e descrittivo: quando si parla di antiche e avite dimore, di "grande casa cinquecentesca mantenuta architettonicamente intatta" o di andare alla ricerca di castelli in Tirolo, io vado in brodo di giuggiole e a quel punto non m'importa neanche più tanto se si tratta di ricordi di infanzia e giovinezza, o maturità o vecchiezza.  
Sotto un certo punto di vista, "La signora Gocà" suona quasi all'unisono, o per lo meno in armonia, con "The light years" della Howard: in armonia nell'epoca come nelle ambientazioni.  
I soldi erano pur sempre tanti e la vita pur sempre agiata, ancor di più se paragonati alle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione italiana (testé letti in "Canale mussolini" di Pennacchi e ancor di più in "Maria Zef" di Paola Drigo); ma nei racconti di Marella si tende a notare come i prìncipi e i duchi che furono suoi bisnonni e nonni fossero una nobiltà in fase di decadenza già agli inizi del secolo, titoli nobiliari il cui valore consisteva più nel prestigio, nella cultura e nelle consuetudini, più alcuni immobili e latifondi, che non in cospicue sostanze. Un ultimo barlume di valore che poi con la guerra verrà spazzato via definitivamente. Oddio, "quasi" definitivamente, considerando che la ragazza se la caverà con un matrimonio niente male - anche mia nonna era bellissima come le nonne e la madre da lei descritte, e forse anche di più, ma sta di fatto che l'Avvocato è andato a cercarsi la figlia di un Duca (per quanto decaduto), non la figlia di un mezzadro o di un emigrante analfabeta. Così va il mondo, da sempre.  

Ripenso al libro di Pennacchi che ho appena terminato e mi accorgo che ci sono scene e dettagli che qui trovo ri-descritti dal punto di vista diametralmente opposto: mentre Pennacchi descrive la distribuzione di cibi e bevande alla stazione da parte delle associazioni fasciste, con la principessa Caetani apostrofata in modo vagamente canzonatorio perché vista da stare sul treno dei migranti; qui Marella, seppure bambina e quindi poco più di una comparsa e una testimone, fa parte del gruppo di donne sulla banchina che vedono sfilare i soldati sul il treno che li porta al fronte e li riempiono di cose ridicolmente inutili, non ultimi i fiori dei loro giardini. E così come, nel romanzo di Pennacchi, da un certo momento in poi la principessa Caetani inizia abbastanza inspiegabilmente a collaborare con l'OSS, analogamente anche in questo racconto Marella vede i propri genitori dapprima muoversi all'interno delle più alte gerarchie fasciste, e in seguito collaborare con OSS e CLNAI e ospitare e nascondere rifugiati. Per sé stessa non si fa alcun vanto di aver fatto parte, seppur indirettamente, dell'organizzazione della Resistenza, ci tiene anzi a sottolineare l'opacità e l'incoscienza e l'ingenuità della sua adolescenza e a sottolineare altresì la sua condizione privilegiata di persona che non ha dovuto subire bombardamenti, né rastrellamenti, né fame né privazioni di nessun altro genere. E non si fa tema di mostrare anche l'ubriacatura di libertà e spensieratezza nella Roma finalmente aperta e nella gioventù finalmente ritrovata. 

Stupisce comunque – o forse no, forse non stupisce affatto – che per vie diametralmente opposte il Duca Filippo Caracciolo di Castagneto sia giunto alle stesse conclusioni, alle stesse identiche parole scritte da Natalia Ginzburg e che Scurati ha poi piuttosto bene analizzato e approfondito ne "Il tempo migliore della nostra vita".  
Così scriverà il Duca, padre di Marella, nel '64: "Non è facile esprimere la vitalità, l'intensità di uno stato d'animo collettivo, soprattutto quando il clima storico che lo condiziona è così radicalmente mutato. […] Ricordo quell'ora come una grande ora della mia vita, non tanto per le cose che furono dette, quanto per la certezza che in quella voce nell'ombra parlavano centinaia e migliaia di altre voci... Ecco perché tanti hanno conservato di quel tempo un ricordo soffuso di nostalgia, la coscienza di aver attinto alla profondità più pura di sé stessi. Paradossalmente, i giorni del terrore e della speranza, poiché più stretti al senso vero ed al significato vero dell'esistenza, sono diventati nelle trasmutazioni del ricordo i più bei giorni della nostra vita."  

Gli episodi narrati hanno una buona organicità, dànno alla lettura un ritmo abbastanza sostenuto e quindi peccato per il finale un po' frettolosetto in cui si preferisce lasciar spazio al non-detto e al sottointeso piuttosto che a una qualche riflessione esplicita. Le immagini finali cercano di chiudere il cerchio ricollegandosi con i primissimi ricordi delle primissime pagine del libro ma si sente la mancanza di un'ultima istantanea che possa rappresentare l'anello di congiunzione tra quel passato e questo presente, oppure anche soltanto una calata di sipario un po' più decisa. In ogni caso, soddisfatta di averlo letto.  

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