Stancante. Un eccesso di causticità che finisce per suonare come lamentosità.
Menzione speciale per la copertina più brutta. Cerco di capire qualcosa di più sulle motivazioni di questa bruttura, ma la ricerca mi porta solo a scoprire che si tratta di un'opera d'arte di avanguardia intitolata "30 novembre". Forse sono troppo all'antica, ma mi sa che per i miei gusti è troppo avanguardista anche il libro.
Di solito mi piace questo genere di racconti, qui invece non ho fatto altro che ripetermi "uffa il solito memoir, uffa che fatica". Forse per il modo un po' ostentato con cui affianca ironia e drammaticità, mi è mancata la spontaneità. Le frasi troppo spesso concluse in modo vago o ermetico sono alquanto pretenziose.
Mi ero aspettata di trovare un racconto valido per poter essere affiancato a "La chiave a stella" di Levi e poter fare un confronto: com'era allora il lavoro e com'è oggi il lavoro, e magari trovare argomentazioni più esaustive a sostegno della mia tesi che oggi una tale passione per il lavoro (quella raccontata da Levi) non è proprio più possibile. Ma ho trovato quello che mi aspettavo? Gli argomenti in effetti ci sarebbero, ma il tasso di autoreferenzialità e il livello di attenzione per il micro-dettaglio in stile opera d'arte d'avanguardia sono tali per cui l'argomento del racconto finisce per diventare un fondale vagamente sfuocato. Anche l'eccessivo livello di ironia contribuisce a mandarlo fuori dai binari: se deridi qualcuno o qualcosa può essere ironia nonché un buon modo di avviare lo spunto di riflessione; ma deridendo tutto e tutti, ogni cosa diventa deprimente. E inoltre: laddove l'autore intende (forse) fare autoironia, rimane sempre e comunque un dubbio, un qualcosa di non chiarito: per essere ironici ci vuole una sciabolata, se rimane l'alone del dubbio e dell'ipotesi è solo pantano. Molti dei dettagli autobiografici lasciano trasparire una personalità fragile, ma non so in che modo questo possa giustificare un uso maldestro dell'ironia.
Grazie alla brutta copertina ora so che con Falco condivido il compleanno; e sarà per il fatto di avere lo stesso oroscopo, oppure sarà del tutto casuale, comunque sia condividiamo anche la stessa inadattabilità al lavoro. Anzi al "mondo" del lavoro, come giustamente lui osserva polemizzando con questo assurdo modo di dire, io non ci avevo neanche mai pensato, come se fosse un pianeta a parte, come se fosse un far west dove la legge non arriva. Difatti, come nel far west, anche nel mondo del lavoro vige la legge del più forte, vige il "mors tua vita mea" che rende pressoché impossibile mettere una certa dose di amore in quello che si fa. Questo vale per tutti, tranne per quelle rare bestie, quelle poche eccezioni che confermano la regola, quei pochi che sono riusciti a fare un mestiere della loro passione, gli esempi sono banali ma pratici e realistici: un calciatore, un cantante, uno scrittore. Appunto.
I conti già non tornano dal titolo: se pur con tanta pazienza e tanto sforzo, sei riuscito a fare per mestiere una cosa che ti piace, forse non sarà quella che ti piace di più in assoluto ma è certo più piacevole e gratificante che guidare l'autobus, o stare in catena di montaggio o stare in ufficio a registrare fatture. Forse non ti senti ancora sicuro al cento per cento di aver raggiunto il traguardo delle certezze, eppure un qualche obiettivo significativo l'hai centrato. Dove sta la sconfitta in questo? Certo, il termine "ipotesi" nel titolo sta ad indicare che si resta nel campo del condizionale. Certo, il pensiero che Falco vuole trasmettere l'ho recepito, lui vuole dire: dal punto di vista lavorativo io ho fallito, non ho saputo trovare e tenermi un lavoro come fanno invece tanti altri, non sono resiliente come sanno essere tanti altri, e la scrittura è solo un sottoprodotto di quel fallimento. Quindi lui si vuol mettere sul mio stesso piano, anche lui un disoccupato con mille lavoretti alle spalle, davvero lodevole questo bagno di umiltà. Ma in questo modo finisce per diventare, pur involontariamente, ancor più presuntuoso perché nega l'evidenza dei fatti e cioè che lui E' scrittore a tutti gli effetti e dunque fa parte di quell'altra categoria, se non proprio i privilegiati per lo meno i fortunati. E da quella posizione (direi quasi quasi da quel piedistallo), fare dell'ironia, fare prediche, da quella posizione qualsiasi modo di ammiccare al lettore, qualsiasi cosa diventa antipatica. Riconsiderando tutta la cosa, mi suona veramente di falsa modestia, di quell'autoreferenzialismo e autoincensamento come fino ad ora non ne avevo mai percepito nemmeno in quegli autori che di solito vengono additati come personificazioni di questi difetti (ad esempio Baricco o De Carlo). Queste sensazioni si accentuano vieppiù procedendo verso la fine del libro.
Anche nel capitolo dedicato al padre, non mi tornano tanto i conti: lo spazio ad esso dedicato è suddiviso quasi equamente tra la vita lavorativa del padre e le sue tribolazioni ospedaliere. D'accordo sul fatto di soffermarsi sulla vita lavorativa: è a tutti gli effetti il preludio a quel che seguirà poi; le tribolazioni ospedaliere lasciano però intendere che l'autore volesse aggiungere un qualcosa e descrivere un aspetto più personale relativamente al padre e al loro rapporto... ma se è così, allora mancano tantissime altre cose (Infanzia? Vita a casa dopo il lavoro?). Oppure era solo un'occasione per polemizzare con il sistema sanitario italiano che (obiettivamente) fa acqua da tutte le parti? Potrebbe essere: dopo tutto anche il sistema sanitario fa parte dei meccanismi socioeconomici di un paese.
A ben vedere, i conti non tornano nemmeno negli altri capitoli in cui il protagonista è l'autore e il suo lavoro. Lo squilibrio sta nel fatto che è autoreferenziale senza tuttavia entrare nel privato. Quando uno cerca e accetta un lavoro merdoso (cit. Lassociazione: "e a calcinculo lo trovi un lavoro / che ti va in vena senza la dormia") c'è una bella differenza tra raccontare che lo cerca punto e basta oppure che lo cerca perché ha in testa un determinato progetto o idea (metter su casa con una morosa? Pagarsi un corso di scrittura o che so io?). La fidanzata (o moglie) Sa compare dal nulla esattamente come compaiono dal nulla i libri che lui scrive. Mille dettagli per raccontare dei colleghi insignificanti nei vari call-center, ma non un dettaglio circa il processo che porta un'idea vaga e balzana a diventare un libro fatto e finito con una sua struttura.
Ancora una volta, sono le contraddizioni ad inibirmi il piacere della lettura: vuole essere impersonale ma mettere al centro la propria esperienza, vuol fare un discorso generico ma lo fa concentrandosi sui dettagli, prova un'empatia cosmica ma al tempo stesso rimane distaccato (quest'ultima è una citazione testuale). Quando ero piccola e pretendevo di voler fare una cosa ma anche il suo contrario, mia nonna giustamente mi apostrofava: "E alora c'me s'fa? Andar a Parma e star a cà?" Nel senso che o vai a Parma o resti a casa, le due cose in contemporanea non sono fattibili, devi operare la scelta. Falco non opera la scelta e vuole lavorare su più fronti contemporaneamente. Picasso ci riesce: fa un dipinto cubista e ti propone più punti di vista in contemporanea. Solo che Falco non è Picasso.
La scrittura è discreta ma non è poi così tanto precisa come ci si aspetterebbe da un testo che vuol essere così arguto e caustico. In qualche passaggio il problema è proprio quello, le imprecisioni derivano da una ricerca un po' troppo ossessiva dell'arguzia. Le metafore e le similitudini si sprecano, e descrivere uno stesso personaggio utilizzandone più di una a mio avviso non è ironico, è indigesto. Anche i soprannomi da lui attribuiti a tutte le persone incontrate, non mi hanno fatto sorridere: mi sono parsi un po' sbrigativi e posticci, in ogni caso non si arriva a "sentirli" davvero.
L'autore profonde grandi attenzioni ed energie nella descrizione di particolari e dettagli che mi paiono parecchio insignificanti: non saprei dire se alla fine tutto l'insieme di insignificanza possa arrivare ad assumere un suo significato o se si tratti soltanto di materiale per rimpolpare un discorso che altrimenti avrebbe potuto mostrare smagliature (e che a mio avviso le mostra lo stesso). Non perde nemmeno l'occasione per allungare, ogni volta che può, un elenco di nomi o cose o quant'altro: il record di quattro pagine filate di Pennacchi in "Mammut" resta inviolato e irraggiungibile, ma mi chiedo perché ogni qual volta un autore debba parlare di lavoro si senta in dovere di inserire lunghissimi elenchi in relazione ad ogni cosa egli stia descrivendo.
Un paragone azzardato: trovo che questo libro abbia lo stesso tono e la stessa andatura de "Le ceneri di Angela" di McCourt. E difatti nemmeno quello mi era piaciuto.
Nonostante l'imprecisione della scrittura e nonostante la selezione di episodi di vita narrati sembri dettata dal criterio della più assoluta casualità, devo comunque riconoscere ed ammettere che l'analisi socio-economica degli anni ottanta e poi novanta e duemila, e nell'insieme l'analisi delle micro e macro variazioni avvenute nel corso di questi trenta e passa anni, è attenta, precisa, sempre pertinente e coglie sempre nel segno, centra sempre il nòcciolo della questione e non ha timori nel mostrare sotto la luce dell'incongruenza o anche dell'assurdità tutti quegli aspetti di vita quotidiana (lavorativa e non) che generalmente tendiamo a dare per assodati, quand'anche nostro malgrado. Comprendo e condivido molti dei punti di vista di Falco, non solo le sue opinioni e interpretazioni ma anche numerose scelte ed esperienze e persino qualche ossessione e una certa tendenza agli attacchi di panico. Ma proprio per questo mi ha irritato ancora di più vedere esposti concetti che condivido in una modalità che invece non mi risulta per nulla congeniale.
Quello che a Falco non riesce di esprimere compiutamente in quasi quattrocento pagine di libro, i Ministri riescono a spiegarlo con precisione in meno di quattro minuti di canzone con "Noi, fuori" e gli avanza anche lo spazio per inserire un assolo di chitarra, cosa che non è da tutti di questi tempi.
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