Senza alcun dubbio la scrittura è ottima: precisa, curata, dosata. La brevità del racconto insieme alla scelta del tipo di episodi che vi vengono narrati (episodi e momenti di vita non tutti necessariamente significativi, quasi come una campionatura random) lo rendono un libro piuttosto impalpabile. Protagonista non è solo lo scultore Rembrandt Bugatti ma anche una certa quale aria di pesante malinconia che sembra gravare sull'Europa intera, e se a questo si aggiunge che gli eventi narrati si svolgono tutti all'inizio della prima guerra mondiale, tutto l'insieme non può non suonare lugubre. Il che non è necessariamente un difetto, anzi a mio parere non lo è affatto, solo che bisogna esservi un tantino preparati e predisposti.
Poetica e malinconica non è solo la figura dello scultore Rembrandt Bugatti ma tutta l'ambientazione parigina e la fine della belle époque, con l'irrompere della guerra e della modernità. Non vorrei sembrare nostalgica di un qualche ancien régime, perché non è quello di cui ho nostalgia, quanto di un mondo in cui persino la portinaia ti domanda scusa prima di pronunciare il termine "ruttare".
Sembra di vedere un film in bianco e nero; ed inoltre, nel grigiore ho avuto il piacere di gustare una certa continuità tra quella Torino del dicembre '50 che Arpino descrive così accuratamente ne "La suora giovane" e queste Parigi e Anversa di metà degli anni '10, che Franzosini sa inquadrare altrettanto bene e che fanno da sfondo agli ultimi anni di vita di un personaggio singolarissimo, e riguardo al quale bisogna riconoscere a Franzosini il grande merito di averlo saputo individuare, mettere a fuoco e incorniciare con grande precisione e abilità. A prendere in mano una macchina fotografica sono capaci tutti, ma individuare il soggetto idoneo per uno scatto poetico e originale e ben proporzionato, quello non è da tutti, quello è solo per il bravo fotografo e/o narratore.
Un'altra importante associazione da fare tra le mie recenti letture: Rembrandt Bugatti che osserva gli animali e considera la loro natura, e di nuovo lui orripilato di fronte a certe esibizioni modaiole di animali ammaestrati e di fronte ai professoroni con le presunzioni di superiorità dell'uomo sull'animale. E' etologicamente rivoluzionario e precursore di quello che poi scriverà Beston nel suo "La casa estrema", e cioè che gli animali non vanno visti come un qualcosa di inferiore o nemmeno superiore, ma semplicemente come una nazione altra e parallela: imparare il punto di vista orizzontale in luogo di quello verticale.
Di sicuro questo non intendeva essere un testo contro la guerra, e nemmeno intendeva mettere al centro del discorso la prima guerra mondiale e tuttavia dopo averlo letto non si può evitare di disquisire sul fatto che se in tempo di pace i miti e gli invisibili possono comunque trovare una loro dimensione, in tempo di guerra essi sono i primi a soccombere, insieme alla normalità e la quotidianità. Se penso a cosa deve essere stato vivere sotto l'ombra di una tale mastodontica minaccia, non posso che ripensare a quello che scriveva Pankiewicz, sebbene fosse in occasione della guerra successiva, riferendo di un dialogo con un suo cliente, in quell'occasione entrambi si meravigliavano che i casi di suicidio e di follia fossero tutto sommato di numero esiguo: "...come mai ci sono così pochi pazzi in giro dopo tutto quello che la gente ha dovuto sopportare? Possono le cellule grigie del nostro cervello reggere così tanto dolore?"
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