Con Pontiggia ero rimasta poco soddisfatta de "La grande sera", invece sono contenta di avergli concesso la seconda chance con questo. Una lettura lieve (si legge molto agilmente) eppure di assoluto spessore.
A metà strada tra il romanzo, il saggio e il reportage: è tutto composto di brevissimi episodi, per la maggioranza in ordine cronologico ma non necessariamente; tutti raccontati in prima persona dal protagonista che è più di un alter ego dell'autore, praticamente è proprio lui: l'elemento biografico qui va forse ben oltre il 95%, gli elementi di fiction suppongo siano solo minuzie.
I "nati due volte" sono i bambini come il figlio dell'autore (Pontiggia) e/o del protagonista (Frigerio): nel caso specifico, tetraparesi spastica distonica dovuta a sofferenza perinatale. Nati due volte perché, oltre al parto vero e proprio e nel quale già ci sono state evidentemente delle difficoltà, questi bambini vengono al mondo nuovamente dovendo re-imparare in pochi anni quello che per gli altri è già stato acquisito con migliaia di anni di evoluzione della specie umana. Questa seconda nascita, affidata in tutto e per tutto alle mani di coloro che li circondano, è una rinascita non solo per il bambino portatore di handicap ma anche e soprattutto per i genitori che con questa esperienza vedranno il mondo sovvertirsi e capovolgersi.
L'handicap viene analizzato in modo asciutto, a volte critico e a volte ironico, ma senza nemmeno un granellino di zuccherosità, in una costruzione tale per cui non solo normalità e anormalità si mescolano fino a evaporare nella loro relatività, ma addirittura l'handicap (quindi la non-normalità) funge da cassa di risonanza, funge come da microscopio per l'analisi della quotidianità e degli elementi della più assoluta normalità.
In questi brevi racconti Pontiggia non illustra solo il rapporto con il figlio ma anche con medici, esperti vari, insegnanti, con la madre, con i suoceri. I dialoghi con tutti costoro sono riportati come punti salienti, come momenti apicali, singole battaglie che il protagonista vuole vincere e combatte faticando anche se all'interno di una guerra che sa già in ogni caso perduta.
In più, c'è la sottile analisi psicologica all'interno di questi incontri/dialoghi, quando si dice una cosa per ottenere il suo contrario oppure quando si vorrebbe dire una cosa e maldestramente si finisce per esprimere l'esatto contrario. Pontiggia si diverte anche a giocare con le parole, si concentra sul singolo vocabolo o espressione e lo analizza con il suo microscopio. Queste sottili analisi riguardano quasi sempre il dialogo tra lui e il medico, o la madre o l'insegnante, in ogni caso dialoghi tra normali: quindi è sì un libro sulla disabilità ma al tempo stesso non lo è. E' più il libro dei paradossi e dei contrari. E' un libro di epifanie e si può ben riassumere con la celebre frase di Guimaraes Rosa: "Maestro non è chi sempre insegna, ma chi d'improvviso apprende."
Gli spunti di riflessione sulla disabilità, su normalità e anormalità, sulla malattia, sulla vecchiaia, sulla solidarietà, sull'educazione, sono tanto più numerosi in quanto semplici e limpidi gli aneddoti raccontati.
Una particolare attenzione viene riservata all'analisi del rapporto con i medici, anche se in questo caso il malato non è Pontiggia/Frigerio, mi è venuto comunque da paragonarlo al terzo e ultimo episodio di "Caro Diario" di Moretti: è un libro che consiglierei caldamente ai medici stessi, per provare a vedersi da un punto di vista esterno. Ma è consigliato anche a tutti gli altri per la sua attualità e freschezza e totale assenza di mielosità e ammiccamenti al pubblico, roba rara di questi tempi.
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