lunedì 1 luglio 2019

Ferito - Percival Everett

Tre stelle e mezza, con la mezza in più appiccicata in maniera del tutto soggettiva, a significare il fatto che mi sono ben gustata l'ambientazione.  
Primo libro che leggo di Percival Everett: mi aspettavo un po' più west e un po' meno vena intimistica. E invece scopro che la scrittura somiglia molto da vicino a quella di Haruf e del resto Highland nel Wyoming somiglia molto ad Holt. Al ranch in cui vive il protagonista John Hunt con lo zio Gus, mi pareva quasi di essere dai fratelli McPheron: sia per l'ambientazione che per i battibecchi domestici. I due autori si assomigliano molto anche nelle tematiche (minimalismo della quotidianità, solitudine, amicizia, discriminazione, violenza, amore ritrovato e vicinanza nei momenti difficili) e nel modo di affrontarle.  
Comunque è stata una lettura che mi sono gustata: le vicende raccontate iniziano in autunno per poi procedere verso l'inverno, ma sarà la vicinanza del Deserto Rosso, o sarà stato semplicemente perché mi trovavo nel mood giusto, in ogni modo la lettura mi si è abbinata bene con il caldo torrido di questi giorni.  
Non si fa alcun cenno agli anni in cui dovrebbe svolgersi la vicenda raccontata, ma la presenza di auto e voli di linea unitamente all'assenza di cellulari, lascia supporre che si possa trattare degli anni settanta o ottanta (o forse anche inizio novanta?).  

Con un andamento lento e piano (plainsong, appunto) si inizia a conoscere il protagonista: uomo di colore, ex cowboy ora allevatore e "rieducatore" di cavalli. E' un bel personaggio, con le sue forze e le sue debolezze, un carattere ombroso e aperto al tempo stesso. Anche ne "Il gioco dei Re" della Morgan c'è un personaggio simile, un ragazzo nero che da giovane ne ha passate di tutti i colori ma che in compenso ha il dono di saper parlare ai cavalli - con un po' di fantasia, questo racconto potrebbe anche essere un seguito di quel libro.  

La vera pecca è la lentezza della narrazione: un andamento troppo lento per una storia in cui si decide di inserire un'indagine con un po' di mistero/noir/thriller. E una lentezza per la quale, d'altro canto, non si trova corrispondenza dei doverosi approfondimenti circa la storia personale del protagonista: ci si aspetterebbe di poter arrivare a ricostruirla, almeno per sommi capi, e invece gli accenni al passato sono più che sporadici. Anche le metafore con la natura, e in special modo con il mondo animale (il mulo ingovernabile, il coyote addomesticato, il grosso cavallo pauroso) sono ottime idee ma restano come abbozzate, trovo che meritassero un approfondimento o un po' di sviluppo in più.  
Al termine della lettura la trama si rivela deboluccia e alquanto prevedibile nella sua impostazione di buoni-contro-cattivi. E' più racconto che romanzo: non vi si troverà alcun processo di formazione ma solo una fotografia abbastanza amara e pessimistica, uno scatto per immortalare il carattere inesorabilmente violento della profonda provincia americana, e in cui la natura, per quanto aspra e selvaggia, non detiene il primato per la quota di violenza. Il titolo è un riferimento generico a questa quantità di violenza, perché le ferite presenti nel racconto sono molteplici per qualità e per quantità. Sebbene sia stato scritto prima dell'irresistibile ascesa di Trump, è impossibile non leggervi un qualcosa a metà tra il monito e il rimprovero, una voce tra le righe che dice "ecco, è qui che ha attecchito".  

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