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Per quelli che sono i miei gusti e il mio metro di giudizio, questo libro è un po' troppo didattico e un po' troppo motteggiante. Didattico perché non è un vero romanzo: nella struttura come nel tono di scrittura somiglia a "Terre Selvagge" di Vassalli e a "I tre inverni della paura" di Pansa: trame esilissime, pressoché inconcluse, fungono da semplice pretesto per esporre la cronaca dell'epoca. Motteggiante lo si intuisce già dal titolo: il rumore del mondo, il rumore del secolo, la luce del mondo, la luce del secolo... espressioni abbastanza poetiche e suggestive ma in fin dei conti poco incisive. E' pur vero che si parla così spesso del ventesimo secolo come del "secolo breve", che si fa in fretta a dimenticare come anche il diciannovesimo secolo sia stato una rincorsa vertiginosa di mutamenti ed evoluzioni, quindi in questo senso ben venga l'idea di metterlo al centro, una volta tanto. Però lo sviluppo dell'idea mi lascia abbastanza freddina.
La scrittura inizialmente suona aggraziata; la trama sembra quella di un classicone o di un feuilleton (in senso positivo), peccato che procedendo venga via via trascurata dall'autrice, in seguito vada sbriciolandosi e infine rallentando mortalmente nelle pedanti tirate di dialoghi e lettere del tutto surreali: assolutamente didattici e didascalici, messi giù a bella posta per fare una lezioncina di storia, per di più con l'aria compiaciuta di chi ti sta dicendo "vedi? Potevo scrivere un saggio ma sarebbe stato un mattone, e invece mescolando la Storia con una storiella si può imparare divertendosi...". Peccato che ficcando le notizie a raffica dentro i dialoghi e le lettere dei protagonisti, con la stessa forza e convinzione con cui si ficcano le magliette e le mutande dentro un trolley e si è ostinatamente decisi a farcele stare proprio tutte, di questo passo il risultato sia un qualcosa troppo artefatto e si perde quel senso di grazia che si aveva all'inizio del racconto. Cosa anche peggiore è l'indecisione della voce narrante, che non sa se vuole essere una voce onnisciente che si cala di volta in volta nella mente del personaggio osservato o se vuole essere la voce vera e propria dell'autrice che si rivolge un po' distrattamente al lettore. Nell'indecisione, fa un po' così e un po' cosà: pessima soluzione.
Pur cambiando l'ambientazione, l'idea di base della trama ricalca abbastanza da vicino quella di Rossovermiglio: in entrambi i casi compare il tema dell'inizio dell'emancipazione femminile in contesti e momenti in cui la vera emancipazione non esisteva proprio. E infatti entrambi i romanzi hanno uno stesso difetto: pur non essendo completamente inverosimili, tendono ad attribuire alle ragazze protagoniste pensieri e ragionamenti palesemente pensati da stare nel ventunesimo secolo con tutt'e due i piedi; in questo modo c'è spesso una nota che suona stonata, ossia fuori dalla sua epoca. Però almeno Rossovermiglio non sciorina elenchi e lezioncine.
Piuttosto interessante lo sviluppo del tema del viaggio in Italia con la penisola vista come paese esoticamente emozionante, da Lord Byron in poi. Interessante anche l'idea di raccontare un rapporto nuora-suocero [come un qualcosa che parte dallo zero assoluto, anzi sotto zero per via dei tanti pregiudizi, e finisce invece per diventare qualcosa di solido e importante:] in questo caso buona l'idea e buono lo sviluppo.
Anche i temi del rimorso/ripensamento/ripicca, inizialmente hanno buone potenzialità che però poi perdono mordente per effetto di quello sbriciolamento della trama di cui dicevo sopra. I personaggi finiscono per appiattirsi, vengono semplificati, i loro comportamenti e ragionamenti e dialoghi sono del tutto sacrificati all'esigenza di semplificazione della trama che deve lasciar spazio all'esposizione di fatti, cronaca, piccoli elenchi la cui origine non è sempre immediata.
Poiché hanno in comune una parte delle ambientazioni e anche le epoche dei racconti non sono poi tanto distanti, mi è sorto inevitabilmente davanti agli occhi il confronto con i libri della serie Aubrey & Maturin di O'Brian (per lo meno quelli che ho letto fin qui, i primi tre): ebbene la Cibrario perde il confronto su tutta la linea. Quanto più lei cerca di essere istruttiva, tanto più O'Brian finisce per apparire come il vero e veritiero testimone dell'epoca, e forse proprio grazie al fatto di essere del tutto disinteressato ai fini didattici, o forse è solo molto molto più abile a mascherarli, questi fini, dietro la sua trama e dietro la sua passione personale e dietro il piacere di raccontare una storia. Mi sembra di mettere a confronto due fotografie: in una il soggetto sorride ingessato fissando l'obiettivo (Say: "cheese!!!"), mentre nell'altra viene colto a sua insaputa in un gesto e un atteggiamento rappresentativi del suo carattere e della sua indole, il viso di tre quarti, lo sguardo perso ben oltre l'obiettivo che in questo modo diventa impercettibile alla sensibilità di chi osserva la fotografia. Non c'è dubbio alcuno su quale sia la fotografia promossa a pieni voti e quale quella che si porta a casa la sufficienza stiracchiata.
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