Parte bene ma poi si sgonfia rapidamente fino a finire in un niente, a rimuginare sul luogo comune del perché le amicizie finiscano, del perché ci si perda di vista con le persone con cui da giovanissimi si credeva di restare amici una vita, come se questa non fosse una normalità con mille spiegazioni tutte una più ovvia dell'altra.
Un altro elemento che contribuisce a rafforzare questa immagine del soufflé che si sgonfia deriva dal fatto che sin dall'inizio della lettura condivido con Pomella la posizione di non-fan: come lui spiega benissimo, il "fan" sarebbe il fanatico, ossia quello ossessionato, che sente il bisogno di sapere gossip, vita, morte e miracoli dei suoi idoli. Per me come per Pomella non c'è questa necessità, nella musica dei miei gruppi preferiti trovo già tutto quello che ho bisogno di sapere di loro, trovo la mia parte di identificazione e corrispondenza con essi al punto di poter dire che io non amo quei dischi ma io "sono" quei dischi. Però, in contrapposizione con questa iniziale condivisione di vedute, mi suona come minimo sbrigativo il fatto che a un certo punto l'autore chiuda il discorso musica dicendo che i dischi che più contano nella discografia dei Pearl Jam sono i primi tre, gli altri sono solo contorno e quindi non vale neanche la pena di parlarne. Bum. Mi ha dato la sensazione di uno che volesse sbrigarsi a finire di scrivere il librino perché poi ha altro da fare.
La questione dirimente, il break-even di tutto il discorso, è che a un certo punto della Storia gli anni '80 hanno smesso di apparire così favolosi e brilluccicosi. Iniziano gli anni '90 e le persone cominciano a provare come un senso di vuoto o vuoto di senso. Ovviamente questa specie di extrasistole è stata avvertita meno da chi era in altre faccende affaccendato: gli infanti nella culla impegnati a crescere, i vecchi impegnati a fare i conti con gli ultimissimi giorni, gli adulti con famiglia sulle spalle impegnati a fare quadrare i conti alla fine del mese. Per tutti quelli che restano, tanti o pochi che siano, lo spaesamento è stato un po' più evidente, magari non si sapeva bene che nome dargli, però c'era eccome. E quando uno spaesamento senza nome viene incarnato alla perfezione da un certo genere di musica, ti sembra di aver trovato un Vero amico.
Nel momento in cui il grunge ha iniziato ad andare di moda io avevo deciso scientemente di non volere averci niente a che fare. Sia perché ero contraria per principio a qualsiasi tendenza modaiola e poi perché ero troppo impegnata ad ascoltare i Moody Blues (anche se a ben vedere i Moody Blues sono precursori di tutto, grunge incluso), e successivamente sono stata impegnata con i Pink Floyd. Così, quel treno di cui Pomella racconta così bene, io posso dire di averlo perso: solo tanti anni dopo, rotolando giù dalla montagna con la piena, sono andata a sbatterci la testa contro, per puro caso. Per stavolta, un caso salvifico. Anche se, diversamente dall'autore, non tendo ad attribuire significati profetici a questi o quei versi delle canzoni: piacciono anche a me in quanto a loro modo poetici, ma le profezie le lascio a Nostradamus.
Quindi, per farla breve, questo librino è il riassunto della storia dei primi tre album dei Pearl Jam, della giovinezza dell'autore e - volente o nolente - un po' anche di quella del lettore.
Elemento per nulla secondario nel giudizio complessivo è il fatto che Pomella scrive proprio bene: discorsivo ma senza fare il piacione, con naturalezza ma anche con rigore e precisione.
A dire il vero c'è un'esaltazione un po' troppo totalizzante verso la gioventù di quando si ha vent'anni: sostiene che la gioventù dei vent'anni è l'unica vera e assoluta e per così dire "definitiva", ma secondo me non è vero niente, si può essere adulti o anche vecchi già a venti o persino a quindici anni. E poi, più in generale, non sono tanto convinta che l'essere assennati e posati debba necessariamente essere la caratteristica dell'età adulta o della vecchiaia. Pomella sembra essere sicuro che sia così ma io penso che il fatto che questa sia la regola più o meno generale non escluda che ci possano essere significative eccezioni in un senso e nell'altro.
C'è anche un po' troppo autocompiacimento nel contemplare il disastro (o per lo meno presunto tale) della propria gioventù: parla di tempo sprecato e via discorrendo, ma indipendentemente dalla veridicità di quello che viene qui raccontato, in ogni caso il protagonista di questo racconto compie le sue scelte e vive le sue esperienze quindi non vedo in che modo si possa parlare di giovinezza sprecata o di fallimento, mi sa che sia solo una posa di autocommiserazione laddove non c'è niente da commiserare.
Godibile lettura, apprezzabile tentativo di abbracciare più elementi in un unico discorso, la brevità del testo gioca a suo favore, anzi come esperimento di auto-fiction mi pare molto meglio riuscito di tanti altri, però serve anche a confermare una volta di più, come se ce ne fosse bisogno, l'affermazione che di solito si attribuisce a Frank Zappa: scrivere di musica è come ballare di architettura.
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