mercoledì 16 ottobre 2019

Il Master di Ballantrae - Robert Louis Stevenson

"Mai il mondo vide un piano più diabolico, così semplice nella sua perfidia da essere inattaccabile."

Mi aspettavo un romanzone-capolavoro da 5/5, e invece con un certo dispiacere devo ammettere di non potere andare oltre le 4 stelle e mezza: l'opera sembra risentire un tantino dell'età, non riesce a mantenere intatta tutta la freschezza come invece accade con un Tolstoj o un Dumas o un Flaubert. L'agilità e la semplicità con cui i personaggi si muovono da un continente all'altro mi sono suonate piuttosto ingenue; così pure come il sistema dei testimoni-narratori appare qui ancora agli albori. Dovrebbe essere una storia avvincente, e invece fino alla metà inoltrata del libro non sono riuscita a sentirmi pienamente avvinta, è come se avessi faticato a prendere lo stesso passo, la stessa andatura dell'autore. E riguardo a questo, più in particolare, ho faticato ad entrare in sintonia con una voce narrante che preannuncia ogni minuzia con un tono da squillo di trombe della marcia trionfale, ogni minimo evento viene presentato come quello decisivo, il perno su cui dovrebbe ruotare tutta la storia. Se si da' retta a questo modo di preannunciare lo svolgersi della trama, in pratica dovrebbe esserci un climax ogni pagina e mezza: inutile dire che in questo modo le richieste di attenzione da parte della voce narrante finiscono per subire una svalutazione e ottenere l'opposto dell'effetto desiderato, il ritmo della lettura non solo ne risulta rallentato ma anche spezzettato. Infine, devo segnalare la presenza di parecchi refusi: di refuso non si muore e il refuso non rappresenta un effettivo impedimento all'atto della lettura, però che fastidio.

Con questa prima raffica ho sparato lì tutti i difetti dell'opera, ma innegabili sono anche i pregi: un bell'intreccio, una bella atmosfera cupa e gotica, belle le ambientazioni e specialmente quella in Scozia, e sopra ogni cosa c'è il modo in cui si sviscera il rapporto di odio tra i due fratelli protagonisti, il gusto per l'estrema perfidia e cattiveria nel maggiore dei due, il modo in cui la mitezza del minore si tramuta in inedia. In questo i personaggi sono davvero ben costruiti, sono plasmati a trecentosessanta gradi, con poche sapienti e precise parole l'autore sa arrivare direttamente al punto per descriverli nella loro psicologia. Arrivo a pensare che tutti i cattivi, tutti i personaggi negativi dei romanzi moderni e contemporanei (per non dire della pletora di cattivoni che troviamo nelle sceneggiature dei film) possano essere tutti discendenti, diretti o indiretti, di questo prototipo di cattivo ma con la differenza - non di poco conto - che mentre i "discendenti" sono tutti afflitti da una sorta di patologia, una cattiveria autogenerantesi e sempre fine a sé stessa, nel progenitore invece i lati negativi del personaggio negativo hanno un senso, un costrutto e uno sviluppo, hanno una forma completa che gli attribuisce non solo sostanza ma anche eleganza: cosa che non si potrà dire dei "discendenti" i quali tenderanno tutti più o meno ad un certo livello di piattezza e pacchianeria.
Laddove il narratore dice, parlando del fratello maggiore: "Mai il mondo vide un piano più diabolico, così semplice nella sua perfidia da essere inattaccabile", non occorre molto al lettore per capire che un complimento affine può essere rivolto all'autore: la perfidia del suo personaggio è tanto più precisa quanto più si dimostra semplice, priva di inutili orpelli.
Il tema centrale del maligno - o diabolico, o cattiveria intrinseca all'uomo - si sviluppa non soltanto con l'odio acceso tra i due fratelli, ma anche con una sorta di compenetrazione-attrazione tra i due: se all'inizio della vicenda essi sono separati sotto ogni punto di vista materiale e psicologico, con il procedere del racconto ci si renderà conto che c'è una forza, come una sorta di magnetismo che li attira l'uno verso l'altro e non soltanto in senso materiale e geografico, fino al finale che si può intuire tragico già dalle primissime righe ma i cui dettagli sono impossibili da indovinare (a tale proposito segnalo che la prefazione di Francesco Binni alla presente edizione è fortemente spoilerante, per chi non conosce i dettagli della trama è meglio leggerla post anziché pre).
Anche se l'attenzione va naturalmente concentrandosi su queste due figure che sono indubbiamente le protagoniste, devo annotare di aver apprezzato particolarmente anche il modo in cui è costruito il personaggio Mackellar, intendente della nobile casata cui appartengono i due fratelli nonché principale voce narrante cui si affida la struttura di Stevenson. A parte il difetto del tono di voce cui accennavo sopra, il personaggio è davvero apprezzabile: ha una pacatezza, una solidità e una concretezza, una sincerità nell'ammettere le proprie piccole pusillanimità, e una devozione così schietta da non farlo mai assomigliare neanche da lontano ad un adulatore o lecchino, tutto questo messo insieme ne fa una figura a cui è difficile non affezionarsi.
Concordo comunque con la prefazione nel sottolineare che il vero elemento di novità - e quanto a questo il libro si mantiene alquanto attuale - è il fatto di raccontare la doppiezza della natura umana non con una banale separazione - il bene di qua e il male di là - ma con una vera compenetrazione e commistione, con forze che impongono cambiamenti, mescolanze, degenerazione, desiderio di liberazione. Per il mio primo Stevenson (a quarant'anni quasi suonati!) il bilancio è certamente positivo.

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