venerdì 22 novembre 2019

I vagabondi - Olga Tokarczuk

Non si salva nessuno?

Il discorso parte con una connotazione marcatamente autobiografica (dico una stupidata se dico che nelle primissime pagine mi ricordava la Lingua salvata di Canetti?) per poi prendere ben presto una brusca virata verso il racconto e il micro-racconto, aneddotica in pillole, micro-riflessioni minimaliste su argomentazioni che vorrebbero però chiamare in causa i massimi sistemi. Dichiara di non collezionare nulla ma si lascia incantare dalle collezioni altrui al punto da consumare pagine e pagine per descriverle; dichiara di non dare nessuna importanza agli studi da lei compiuti ma questa ossessione per l'anatomia mi pare più che altro un'occasione per mettere in mostra le nozioni di medicina da lei possedute: l'incoerenza è sempre il sintomo di un qualcosa di ben più grave, e per me lettrice è sempre causa di fastidio.
Olga si fa questo gran vanto della sua "sindrome da disintossicazione perseverante" dimenticando però che il gusto per l'eccentrico, l'inconsueto, il bizzarro e il preziosismo esisteva già nel manierismo del cinquecento e dimenticando che l'attenzione verso ciò che è rotto o deforme o singolare è in ogni caso il motore che muove ogni scrittore, ogni letteratura, non soltanto la sua - detto altrimenti, con la vecchia e inflazionatissima metafora: la perla nasce sempre e comunque dalla presenza di un'impurità, un'anomalia all'interno dell'ostrica.
Anzi, con l'aggravante che Olga definisce un mestiere faticoso quello dello scrittore, e può anche esser vero, ma non mi si facciano paragoni tra la faticata di scrivere Guerra e Pace o Vita e destino e la faticata di scrivere i micro-aneddoti sul diario, da stare nel cesso o nella sala d'attesa dell'aeroporto, i quali andranno a comporre un libro - cito a memoria quasi testualmente - idoneo per essere letto in treno o per essere lasciato a disposizione sui comodini delle stanze d'albergo.
Ecco, quello che trovo alquanto irritante, anzi quel che veramente mi indispone è questo pensiero che mi viene suggerito di ritrovarmi a leggere un libro qualsiasi lasciato su un comodino qualsiasi di una stanza d'albergo qualsiasi. Sì, lo capisco, fa tutto parte della sua filosofia del moto perpetuo, del muoversi continuamente, del lasciarsi andare senza opporre resistenza, il viaggio inteso come lasciarsi trasportare dalla corrente: che ci fossero questi temi nel libro, lo avevo già capito da commenti e recensioni. Io, che so bene di essere l'anti-movimento, l'anti-viaggio per antonomasia, abitudinaria come un gatto e che come un gatto mi attacco alle mura domestiche lasciandole sempre al centro delle mie brevissime orbite, avevo intenzione di leggere questa cosa cercandovi se non del vero e proprio humour, quantomeno un filo di ironia, ma con dispiacere scopro che il tono della narrazione non si presta granché a questa chiave di lettura.
Arrivo più o meno chiaramente a comprendere come l'intento iniziale fosse quello di creare una sorta di "mappa segreta", una mappa alternativa e sovrapponibile a quelle geografiche e ufficiali, mappa da costruirsi passo-passo alla maniera di quei giochi di enigmistica in cui si uniscono i puntini per arrivare a mettere in evidenza una figura. Solo che l'intento non è stato raggiunto: anche unendo i puntini qui non ne esce nessuna figura, restano un mucchio di puntini e linee. Al massimo la si può interpretare come si interpretano le costellazioni: le stelle son talmente tante che, in maniera stilizzata, puoi farci saltar fuori qualsiasi figura tu voglia... solo che una costellazione è una cosa con una maestosità che qui manca del tutto. Anche l'ossessione per l'anatomia e la teratologia: un po' troppo facile dire che si affianca al tema del viaggio perché è l'affiancamento del micro e del macro, della mappa all'esterno con la mappa all'interno. Sembra come quando da bambino chiedi ad un adulto la spiegazione di qualcosa e ti senti rispondere che non ci è dato conoscere i disegni di Dio: più che una vera spiegazione, è un modo per farcela arrivare sempre e comunque senza aver spiegato un bel niente. Qualcuno ha definito certi passaggi e certi micro-raccontini del libro come delle note dissonanti che però, messe insieme con il tutto, vanno a formarne e caratterizzarne il senso. Beh, io non sono riuscita a vederla/sentirla in questo modo: ammucchiare note a caso non vuol necessariamente dire aver saputo comporre una sinfonia dodecafonica. Guarda caso, è la stessa autrice che descrive bene questo tipo di disorganicità, lo fa senza volere parlando di uno dei suoi protagonisti: "...assomigliava a una sinfonia cacofonica, orari casuali di sonnolenza inaspettata e incredibile lucidità."
Devo annotare inoltre una certa imprecisione nella scrittura (poi, come sempre, ci sarebbe da stabilire il concorso di colpa della traduzione): ad esempio, nella frase sopra citata, sarebbe stato più corretto parlare di "orari casuali di sonnolenza inaspettata alternati a momenti di incredibile lucidità". Una migliore esposizione delle imprecisioni e della disorganicità l'ha fatta il Conte @Cosimo nella sua ottima recensione che condivido in pieno e di cui consiglio la lettura se non altro per controbilanciare le tante lodi sperticate e un po' acritiche che si vedono in giro.

Infine, ci trovo una discreta scopiazzata di Sebald (di cui ho letto solo Austerlitz); anzi no, a ben guardare la scopiazzata è fatta in maniera per nulla discreta, è più strombazzata che discreta: il viaggio inteso come ricerca filosofica; gli aeroporti e le stazioni elevati a cattedrali o capitali del nostro tempo, luoghi tramite i quali si viaggia non solo nello spazio ma anche nel tempo; il corredo di immagini significative. Ma mentre in Sebald si percepisce la sofferenza del protagonista (e di conseguenza, forse un po' anche dell'autore), perché lì c'è un protagonista che soffre di evidenti attacchi di panico, magari uno psicologo gli avrebbe fatto comodo - qui invece siamo all'opposto, abbiamo una psicologa che si vanta delle sue conoscenze mediche ma ammette di non provare nessun interesse nell'esercizio di quella professione, osserva tutto con occhio clinico e cinico pur non volendo esercitare il mestiere nel senso propriamente detto. In Sebald il viaggio, per quanto apparentemente assomigli ad un vagabondaggio, ha comunque uno scopo, c'è la ricerca verso un obiettivo, verso un ritrovamento; invece la Tokarczuk conduce il suo pseudo-viaggio o pseudo-ricerca con tono saccente e sempre supponente verso gli altri: quelli che non viaggiano sono dei poverini perché hanno messo le radici come una pianta, quelli che viaggiano con uno scopo sono dei barbari perché viaggiare con un obiettivo concreto o una destinazione ben precisa è da sfigati e/o da forzati, e infine quelli che viaggiano senza un obiettivo vero e proprio o comunque con uno scopo bislacco che si sono costruiti tra sé e sé, vengono derisi e visti come degli spostati. Dunque, a parte lei in persona, chi altro si salva?

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