In generale resto con le stesse considerazioni fatte per il primo volume: tanti piccoli fatterelli che sembrano inventati a bella posta per stuzzicare le pruderie del lettore/spettatore e per creare condimento, quando poi vai a cercare approfondimenti sembrano proprio esser veri, sebbene non sia dato conoscerne ulteriori dettagli, e ci mancherebbe, è passato poco meno di un millennio. Come spesso accade in questo genere di romanzi "storici" un po' rosé, i fatti inventati non è per forza detto che debbano essere quelli più improbabili, e viceversa, gli episodi più plausibili non è detto che debbano essere quelli documentati.
L'autrice cala con disinvoltura la sua narrazione nell'epoca del tardo medioevo: nei castelli i pavimenti sono sempre ben cosparsi di paglia; le conversazioni e ancor più le operazioni di cucito o di scrittura si svolgono sempre nei pressi della finestra, unica vera fonte di luce; la finestra è sempre e comunque una feritoia, ché sarebbe del tutto fuori luogo immaginarsi certe grandi vetrate degli architetti moderni; la devozione verso la religione non solo non viene mai meno, mai messa in discussione, ma spesso e volentieri raggiunge parossismi da superstizione; i più ricchi sono i soli a potersi permettere una stoffa e dunque un abito del colore blu o azzurro.
Poi però in qualche caso fa degli scivoloni pazzeschi: come quando dice di un personaggio che si mette in guardia "come un pugile", anche se è la voce onnisciente che sta narrando, quel termine pugile stona come una luce al neon (o forse è stata la traduzione disattenta, bastava cambiare il pugile con un più generico lottatore); oppure come mostrare un re una regina molto assidui e partecipi nell'educazione dei figli e altrettanto generosi di complimenti, carezze, buffetti e gesti affettuosi nei loro confronti, a livelli tali che li non darei per scontati nemmeno in una famiglia comune del giorno d'oggi. O ancora: se il piccolo erede neonato, subito dopo il parto, viene mostrato al padre non ancora costretto nelle fasce per meglio mostrare che ha tutti gli arti e tutte le parti del corpicino in buona salute e nessuna deformità, questo ci sta, è una buona pensata e un buon dettaglio dal punto di vista narrativo; ma quel gesto di posare il neonato al suo primo vagito in grembo alla madre per alcuni istanti, ancor prima di lavarlo dal sangue e da tutti i liquidi che vanno rapprendendosi, questa è proprio una cosa da ventesimo secolo, secondo me è un'accortezza che nemmeno tutti gli ostetrici e ginecologi hanno al giorno d'oggi, figuriamoci nel dodicesimo secolo.
Un aspetto piuttosto positivo, mettendo insieme i due primi volumi, è il modo in cui l'autrice fa fare alla sua protagonista alcune riflessioni circa la sua condizione in quanto donna, riflessioni sensate ma senza mai calcare troppo la mano, senza mai sfociare apertamente in ragionamenti da femminismo o da rivoluzione/ribellione, ché anche questa sarebbe stata una stonatura e un anacronismo bello e buono.
Nell'insieme, facendo la media tra la buona ricostruzione e un qualche scivolone, il risultato finale rimane in positivo: nulla di eclatante, ma piacevole sì.
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