lunedì 30 dicembre 2019

I leoni di Sicilia - Stefania Auci

Il rumore dei Florio

Come previsto, leggere la Auci subito dopo la Bellonci fa sì che il confronto ravvicinato vada a forte discapito della prima.
Ma non è tutto da buttare, anzi, quest'anno mi è capitato di leggere cose molto peggiori.
La scrittura è abbastanza piatta, a tratti elementare e in alcuni momenti sembra frettolosa e imprecisa, e tuttavia si mantiene sempre entro il livello della sufficienza.
La trama è strutturata discretamente bene e altrettanto discreto lo sviluppo, la voce narrante onnisciente si cala nei punti di vista dei personaggi quasi sempre con cognizione di causa. Lo sviluppo psicologico con la formazione dei personaggi stessi ha sempre un suo perché, sebbene a volte un po' semplificato, e di quando in quando si assiste a un qualche dialogo in cui un/a bambino/a o ragazzino/a se ne esce con frasi un po' troppo adulte per la sua età (e tuttavia non bisogna dimenticare che un bambino all'inizio del XIX sec doveva per forza di cose essere più precoce di uno del XX sec); si rileva un po' di ripetitività nel sottolineare cento e una volte la differenza tra i nobili e i borghesi; ma nel complesso non c'è nulla di campato per aria.
Il periodare asciuttissimo, quasi secco, con frasi brevissime, non mi ha disturbato: ha un suo senso e quasi quasi una sua musicalità; mi sono invece piaciuti molto meno i capitoli che si concludono lasciando calare il sipario su una frase culminante o una scena significativa e lasciando che sia il lettore a dover intuire il seguito - per fortuna la Auci ha il buon gusto di utilizzare questi stacchi "teatrali" in un numero di volte limitato, in tutto il libro si possono contare sulle dita di una mano, diversamente da quello che fa Vitali che i capitoli li chiude tutti, ostinatamente e imperterritamente, a quella maniera lì.

Non posso evitare di fare il confronto con un alto libro letto quest'anno, un libro che sulla carta avrebbe dovuto essere tanto superiore a questo, Il rumore del mondo della Cibrario: finalista dello Strega, tanto più pretenzioso già solamente dal titolo, per non dire delle dimensioni del volume, ottocento pagine con la stessa consistenza di un budino di semolino. Mentre con la Cibrario ho trovato tonnellate di info dumping che inibiscono il piacere della lettura in sé, e poi lo mortificano una volta di più perché lasciano in sottofondo la sensazione di avere a che fare con del dilettantismo; la Auci sotto questo aspetto se la cava invece egregiamente: racconta per il piacere di raccontare, racconta i luoghi e le epoche più indirettamente che può, attraverso protagonisti e luoghi realistici, e non attraverso la lezioncina messa in bocca a bella posta a questo o quel personaggio. All'inizio di ogni capitolo, poche righe fanno il riassunto della congiuntura storico-politica degli anni cui si riferisce il capitolo stesso, e se un lettore possiede già di suo le nozioni storiche del caso, può anche saltare a pié pari: non sarà un'invenzione da premio Nobel, ma a paragone di tanti altri romanzi, questa cosa spicca come una scelta di sobria eleganza.
Anche portando il confronto ancor più nel merito, il risultato non cambia: la storia dei Florio, pur romanzata (anzi diciamo pure soap-operizzata) arriva molto più direttamente a centrare il bersaglio del racconto del XIX sec come di un periodo frenetico, con al centro di quella frenesia tanti elementi quali le industrie, i commerci, i trasporti, le nuove tecnologie, i prodotti di lusso, gli abissi di differenza tra classi sociali - centra il bersaglio molto prima e molto meglio della impalpabile storiella della Cibrario. E anche la parte storico-politica, il cui nocciolo è ovviamente costituito dal Risorgimento, è dosata ed equilibrata, inserita nella storia in maniera armonica, non ha la pretesa di sbattere un Garibaldi o un Crispi in primissimo piano rispetto alla trama raccontata e d'altro canto ha il buonsenso di non ignorarli del tutto. Un altro pregio è quello di non dare mai la sensazione, neanche per brevi passaggi o episodi, di scopiazzare Tomasi di Lampedusa: gli anni e i temi in fin dei conti sono gli stessi, il rischio di trovare un saldo appiglio in un'opera così granitica quale è Il Gattopardo era reale e concreto, quindi anche in questo caso brava la Auci che sa mantenere la doverosa e rispettosa distanza. 
La media matematica dei pregi e dei difetti è 3,5: nessun entusiasmo da strapparsi i capelli, ma sono sicura che proverò volentieri a leggere il seguito.

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