Lo rileggo per la seconda volta a distanza di circa vent'anni, ed è ancora da 5/5. Che eleganza, che grazia, che portamento ha la Bellonci: eleganza di gran scrittrice e portamento da storica impeccabile.
Il racconto, poco o per nulla romanzato, è interamente dedicato alla figura di Vincenzo I Gonzaga: una prima parte ne descrive la giovinezza fino alla morte del padre Guglielmo; una seconda parte ne racconta la maturità, dalla cerimonia di insediamento fino alla fallimentare partecipazione alle crociate in Ungheria e poi in Croazia, allorquando i turchi minacciavano l'impero asburgico, una fase di splendori durante la quale però saranno il carattere e le attitudini del duca stesso a costruirgli intorno un labirinto invisibile e si pongono così le basi per quel che sarà in futuro; e infine una terza parte che va dal matrimonio del figlio maggiore Francesco con una Savoia fino alla morte del Gonzaga avvenuta nel 1612: nel mezzo, una fase di tormento nascosto sotto le apparenze, un affannarsi che è un po' follia e un po' disperazione per rincorrere visioni e miraggi che sono altamente significativi sia del carattere del Gonzaga che del suo tempo controverso (ma a ben vedere, quale tempo della storia dell'uomo non lo è?).
Di sicuro la scelta del personaggio non è casuale; e non è nemmeno dettata dal semplice fatto che si tratta di un profilo carismatico e affascinante. Penso di avvicinarmi di più al vero se scrivo che la Bellonci ha scelto di narrare di Vincenzo I Gonzaga perché nella sua parabola si riassume e di espone la parabola di tutto il Rinascimento Italiano: attraverso la sua figura è possibile spiegare che quel mondo non era fatto solo splendore e lussi e bellezze, al di sotto della superficie c'erano disorientamento, incertezze e una evidente sclerosi, tutti fattori che hanno portato al rapido decadimento di un'epoca favolosa, tutti fattori che la Bellonci sa ottimamente individuare, la sua penna raffinata sa descrivere con parole straordinariamente precise ed evocative questo tramonto di un'epoca mitica ma senza mai scadere nella poeticheria fine a sé stessa, il rigore storico non viene mai meno neanche di una virgola. La scrittura, il periodare dell'autrice sulle prime può suonare baroccheggiante e ridondante ma in realtà basta molto poco per farci l'orecchio e prendere l'abbrivio della lettura.
Già nei commenti a Rinascimento privato avevo annotato come il Rinascimento, descritto dalla Bellonci, fosse un qualcosa di obiettivo, composto di luci e ombre, e non solo puro fasto e splendore; e di nuovo nei commenti a Tu, vipera gentile annotavo come la maggior concentrazione della scrittrice fosse indirizzata sul crepuscolo dell'epoca. In questo romanzo si ritrovano entrambi i temi, forse in maniera ancor più solida, e mi meraviglia e anche mi intristisce che sia così poco conosciuto e così poco commentato. Pubblicato nel '47, a leggerlo oggi è più attuale che mai: sia perché la figura di Vincenzo I Gonzaga è molto meno inflazionata di una Lucrezia Borgia o di un Lorenzo il Magnifico o tanti altri su cui comunemente insiste l'immaginario collettivo; sia perché il Rinascimento è diventato, negli ultimi anni, una figurina troppo piatta, una bandierina troppo facile da sventolare in nome del patriottismo (o sovranismo, come va di moda adesso) laddove invece ci sarebbe da capire che se si guarda la Storia non si sta assistendo ad una partita di calcio, e viceversa.
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