Il primo impatto, appena si riesce a intravedere in maniera approssimativa la struttura dell'opera, è molto promettente: un po' Roccaverdina, un po' Castello d'Otranto, un po' Faustus. Con l'approfondirsi della lettura sono emerse invece luci e ombre, una qualche momentanea delusione. La parte "musicale" del racconto non è sviluppata nel senso in cui me l'aspettavo, o almeno per i miei gusti non è stata immediatamente emozionante. Ad esempio: dire di un corpo squarciato che è "aperto come un accordo in tonalità maggiore" in verità non è nulla di musicale, è semplicemente un manierismo, una ricerca di metafora ardita e desueta. Ed è in parte affermazione fuori luogo e contraddittoria in quanto attribuita ad una voce narrante che, per sua stessa ammissione, di musica ne sa molto poco. Ma c'è bisogno di arrivare fino alla fine per capire e apprezzare nell'interezza la portata delle valutazioni musicali del libro. All'approssimarsi del finale ho ritrovato con piacere non solo le sensazioni dell'inizio, con atmosfere dark e gotiche, ma ho trovato anche pagine intensamente e musicalmente commoventi e soprattutto, guardando all'opera nel suo insieme, ho trovato un senso alle incongruenze che precedentemente mi avevano infastidita. Si scoprirà infatti che tutta la costruzione è basata su un gioco di specchi spazio-temporali, un incastro tale da rendere insignificanti i tanti dettagli che non vi prendono parte e che fanno solo da contorno.
In linea di massima, la parte narrata da Gioachino Ardytti (servitore del principe di Venosa Carlo Gesualdo) a mio parere risulta più avvolgente e avvincente della parte in cui a narrare è il compositore Igor Stravinskij (il quale oltre che da "alter ego", una sorta di immagine riflessa del Gesualdo, funge da espediente narrativo: un espediente apparentemente del tutto esterno ma in seguito ci sarà modo di passare anche oltre questa apparenza), anche se entrambe sono plausibili e ben composte, a parte un qualche scivolone che inizialmente mi ha disturbato la lettura.
Già, scivoloni: perché se da un lato c'è una certa raffinatezza nell'accostare Stravinskij a Carlo Gesualdo - ciascuno nella sua epoca pioniere della composizione musicale - o nel chiamare lo studio (la stanza da musica) con il termine "zembalo" come contrazione del "la camera dello zembalo"; dall'altro lato ci sono scivoloni terribili come far apparire più volte nella narrazione di Gioachino il termine chitarra quando sappiamo benissimo che tra la fine del XVI sec e l'inizio del XVII sec esso non era certamente in uso, anzi con ogni probabilità era ancora in via di sviluppo, in ogni caso non il vocabolo privilegiato per indicare in maniera generica uno strumento a corde da tenere in grembo e suonare pizzicando; allorquando l'autore si da' la briga di parlare di chitarrino, già solo questa piccola variante mi suona molto meglio. Dopo il finale, e anche leggendo i ringraziamenti in coda al volume, si lascerà poi intendere che le incongruenze sono cosa voluta, tanto peggio per me che sono lettrice ottusa e sento sempre il bisogno di un ancoraggio alla coerenza anche nelle opere di invenzione.
Come quando il giovane Gioachino riconosce il giovane Carlo Gesualdo come suonatore di liuto individuandolo dalle mani con dita affusolate - non c'è leggenda metropolitana più grossolana di quella che vuole il suonatore di chitarra, o di liuto o di quel che si vuole, come necessariamente dotato di dita affusolate: guardate in un qualsiasi filmato d'epoca le mani di Andrés Segovia e poi mi saprete dire. Procedo con la lettura e mi si presentano scivoloni anche in fatto di mode e costumi: una giovanissima Maria d'Avalos regala a Carlo Gesualdo un guantino bianco come "pegno": ma mentre con la narrazione siamo nella seconda metà del XVI sec, il guanto non è un po' troppo ottocentesco? Senza contare che la scena si svolge allorquando la bambina sta giocando presso una giostrina nel giardino del palazzo. Sarà pur figlia di nobili, sarà pur più matura dei suoi anni, ma tutto l'insieme mi suona con una certa forzatura. E che dire di quando la stessa Maria d'Avalos fa la sua comparsa, ora adulta, a Palazzo di Sangro: "Messo in ombra dal cappello, il suo viso non mi rivelava che la forma del mento". Che cappello avrà mai potuto indossare una dama elegante alla fine del '500? Un copricapo, un ornamento combinato con l'acconciatura e un qualche tipo di velo l'avrà avuto senz'altro, ma a parer mio, per vedere un cappello da donna con la tesa abbastanza larga da mettere in ombra tutto il volto fino al mento, bisognerebbe aspettare altri cento anni almeno. A 'sto punto, mi dicevo, va ancora bene se il mezzo di trasporto per giungere da Ischia a Napoli me l'ha chiamato traghetto e non vaporetto. Ho dovuto aspettare di arrivare in fondo per capire che tutte queste piccolezze, al cospetto dell'edificio che si andava costruendo sotto il mio naso, erano del tutto irrilevanti.
Se non altro ho riconosciuto sin dall'inizio nel personaggio del deforme e guardone Gioachino un'invenzione letteraria particolarmente brillante e felice: non che sia una novità assoluta - penso ad esempio al romanzo di Margaret George in cui Enrico VIII viene raccontato dalla voce del giullare di corte - ma il rapporto in parte di dipendenza e in parte di indipendenza che il servo ha nei confronti del suo signore, e al tempo stesso il rapporto in parte di ribrezzo e in parte di amicizia e complicità che il principe ha nei confronti del sottoposto, tutti questi rapporti e sentimenti sono ottimamente mescolati e descritti. Ma l'autore sa fare un ulteriore passo avanti: questi due personaggi, insieme ad un terzo che fin qui non ho nemmeno menzionato, arriveranno a formare una unità, una vera e propria trinità, con Stravinskij che li osserva da stare dall'altra parte dello specchio del tempo e che arriva a sfiorarli per un istante con la punta dell'indice, proprio come fa il padreterno con Adamo nella Cappella Sistina.
La prima parte della narrazione è un crescendo verso la gran tragedia, un crescendo atipico, in verità. Non è una folle corsa verso il precipizio, non è neanche una faticosa scalata verso la vetta, è invece uno strano bolero composto di passi avanti e passi indietro e passi a lato, anticipazioni, assonanze, incisi di entrambi i narratori. Arrivata a metà del libro, apprezzavo la sperimentazione di una formula non convenzionale, ma non potevo dirmi sicura se l'esperimento fosse riuscito oppure no, non ero sicura se certi incisi e sottolineature migliorassero l'effetto della suspence o se invece andassero a toglierle di efficacia e incisività. Ma come ho detto, era solo la prima metà: si potrebbe pensare che nella seconda metà non si potrà più aggiungere nulla di peggio dopo che si è compiuto un dramma in perfetto stile shakespeariano, ma lo dice anche il proverbio che dopo che si è toccato il fondo si inizia a scavare, e infatti dopo quel primo bolero, la seconda metà del libro è in tutto e per tutto paragonabile ad una fase di intenta escavazione. Il finale giunge a completare il puzzle con mille significati, mille interpretazioni, mille incastri possibili e altri mille risvolti da aggiungere.
Un libro postmoderno e sperimentale, finalmente, non tanto nel linguaggio o nella punteggiatura o in chissà quale altra stravaganza, ma nell'idea di base, nel concepimento di una struttura articolata e stratificata. Altamente consigliabile e decisamente invernale, quindi ottimo per queste cupe giornate del solstizio.
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