O "scribacchini" di Russia! Ogni anno voi crescete e vi moltiplicate, e riempite le patrie terre di poesie e di prose; ma quando, quando raggiungerete l'età adulta?
Bello: non perfetto, a tratti anche un po' pedante e ridondante, risente del tempo più di altri connazionali coevi, eppure bello di quella bellezza vagamente salvifica che riesce, anche solo in poche pagine, a calarti in un altrove, e lo sa il cielo se ce n'era bisogno.
Mi rincresce non tanto, o comunque non soltanto, di averlo sbocconcellato per lungo tempo e in piccolissimi morsi; quanto di averlo letto in queste settimane deliranti: purtroppo (sia per me che per il libro) questo resterà nei miei ricordi come il libro che ho iniziato a leggere quando è stato operato mio babbo e che ho terminato nel bel mezzo del coprifuoco da epidemia: quel che c'è stato nel mezzo, tra la prima e l'ultima pagina, tutte le varie amenità ospedaliere che mi sono occorse, chi è stato ricoverato e dove e come e quando, avrò il pudore di non descriverle nei dettagli perché ho rispetto per questo spazio bianco in cui scrivo, che fa un po' da diario a me e un po' da evasione a chi eventualmente vuole leggere.
Torno al discorso iniziale: se in queste settimane di delirio avessi avuto tra le mani qualcosa di più sciocchino e leggerino, forse ora avrei un rincrescimento in meno ma di certo la qualità delle mie piccole e momentanee evasioni non sarebbe stata altrettale. E allora va bene così, abbiamo dimostrato che qualsiasi momento è buono per scoprire Saltykov-Ščedrin, persino l'epidemia da covid19.
Inizialmente lo trovavo pesante, sembrava una brutta imitazione di Aksakov. Di man in mano che sono riuscita ad addentrarmi nel volume e nella sua atmosfera, ho potuto invece constatare con soddisfazione che esso è perfettamente equivalente ad Aksakov: diverso e tuttavia equivalente. C'è una vena ironica e critica che richiama molto da vicino Bulgakov; la nostalgia per un mondo agreste ormai ridotto in polvere non può non riportare a Tolstoj.
Il filo conduttore di tutto il volume è la critica - fermissima, appena un passo al di qua del feroce - alla servitù della gleba. Non si tratta di un romanzo quanto di un insieme di quadri, di cammei, di episodi e aneddoti, disposti in ordine logico e in parte cronologico, tutta un'orbita che ruota attorno a due fuochi: l'infanzia del protagonista/narratore e le condizioni socio-economiche medioevali e feudali della Russia del XIX sec. relativamente alla piccola nobiltà terriera.
Mi si potrà obiettare: come fa ed esserci nostalgia per un sistema feudale-medioevale verso il quale per di più si vuole esprime fortissima critica? Ce la fa, in primo luogo perché è dura levare a tutto quel che riguarda la propria infanzia quell'alone dorato, quel pulviscolo del tempo che sfuma i contorni ed esalta lo splendore in un quadro che magari originariamente proprio splendente non era; in secondo luogo perché su qualcosa che tanto oramai non esiste più, ci si può a maggior ragione permettere di ricamare avanti e indietro sugli aspetti positivi e negativi; ed in terzo luogo perché quel che è venuto dopo la scomparsa di un mondo antico di secoli, il nuovo che è avanzato a sostituire il vecchio non è che sia proprio tutto rose e fiori.
E' così che il titolo della traduzione italiana, a mio avviso garbatissimo ed azzeccatissimo, "fatti d'altri tempi nel distretto di Pošechon'je", nel testo trova più di una volta occasione per svilupparsi e sbilanciarsi verso un qualcosa un po' più nostalgico e malinconico, un qualcosa come "il buon tempo antico di Pošechon'je".
Succede quindi che l'intera narrazione si ritrovi a reggersi su questa strana e finanche ridicola dualità: i personaggi presentati sono tutti negativi, tutti caratterizzati per i loro difetti, a partire da mamma e papà, e poi fratelli e sorelle, altri parenti e vicini e conoscenti, e non sono esclusi nemmeno i servitori, nessuno si salva eppure tutti sono presentati con un affetto che non viene mai meno. Le storie raccontate sono orribili esempi di ozio e avidità, incredibili casi di stupidità e terribili episodi di maltrattamenti, eppure l'ambientazione agreste e il legame con la terra e i cicli delle stagioni si fanno pur sempre vedere e sentire, sicché quando giunge il momento della liberazione dei servi dalla schiavitù, non si sa più se gioire o se immalinconirsi.
...nulla aveva dato l'allarme a quella gente ottusamente soddisfatta di sé, e del tutto incapace di capire il significato nascosto degli avvenimenti che si svolgevano dinanzi ai loro occhi. Troppo le radici della vita erano impantanate nella melmosa criminalità del sistema servile per poterle trapiantare di colpo in un terreno nuovo. Quella melma aveva alimentato il passato, garantiva il presente e l'avvenire. Come privarsi di ciò che da tempo immemorabile serviva da regolatore d'ogni azione, di ciò che formava la base di tutta l'esistenza? come immaginarsi, in luogo dell'agiatezza e della sicurezza, quell'ordine di cose che tagliava alle radici un modo di vivere saldamente stabilito, che faceva crollare tutte le speranze? E' naturale che con tale illimitata fede nell'infallibilità degli antichi fondamenti sociali, anche l'evidenza doveva sembrare una specie di fantasma che si sarebbe dissolto al primo soffio.
Pur essendo racconto autobiografico (sono stati cambiati solo i nomi di persone e luoghi), la voce narrante sa calarsi abilmente e agilmente nei vari punti di vista a seconda delle necessità del momento.
Molto soddisfatta, procederò quanto prima a leggere dei Golovlëv solo per il piacere di restare dalle parti di Pošechon'je.
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