Un libro notturno, evocativo, suggestivo, elegante, visionario nel senso che è fatto di visioni (ma anche nel senso che prevede, ipotizza un futuro più o meno lontano). Un testo vagamente oppiaceo, sembra di essere in un quadro di Paul Klee ma forse anche di Edvard Munch. L'eleganza del ritmo e del testo lo fanno assomigliare ad un lento incedere, una basse danse. E' tutto molto giusto ma forse anche un po' "troppo".
Sontuoso è l'aggettivo che più gli si attaglia, per cui mi tocca ripeterlo anche se l'hanno già detto/scritto in tanti: una lettura sontuosa, densa, infine vischiosa, di quella vischiosità cui a tratti ci si abbandona con piacere ma che in altri tratti eccede. Non lo so se la sontuosità e l'eleganza siano giustificativo sufficiente per le cinque stelle. Di solito appena terminato un libro ho subito chiaro in mente che giudizio intendo dargli, qui resto molto combattuta tra le quattro o le cinque stelle. Ma se le cinque stelle devono rappresentare la perfezione dell'opera - o per lo meno la perfezione della soddisfazione che se ne è ricavata - allora qui dovrò fermarmi a quattro.
Dapprima avevo la sensazione che alla sontuosità del testo originale corrispondesse una speculare e paritetica sontuosità della traduzione - un lavorone ben fatto, insomma - ma in dirittura d'arrivo ho cominciato a sentire una certa pesantezza, non so più se nella traduzione o nel testo in sé, mi azzardo a dire una certa approssimazione. Esempio pratico: quante migliaia di volte compare in tutto il testo il termine bruma? E dire che di sinonimi nella lingua italiana ce ne sono parecchi, così pure come ce ne saranno in francese... forse si ripete sempre uguale in italiano perché così è anche nell'originale francese, ma insomma, si torna al punto di partenza: concorso di colpa per Gracq e Bonfantini, la sontuosità non deve andare definitivamente a discapito di un certo tasso di leggerezza della parola.
Similitudini e metafore sono incastonati nel discorso e nella trama alla perfezione: sia a livello "micro" all'interno del fraseggio, sia per quanto riguarda il livello "macro" che intende raccontare la tensione da guerra fredda e la decadenza, il lento spegnimento di antiche istituzioni e tradizioni (piacevolissimo il richiamo rinascimentale che fa chiamar Signoria la repubblica immaginaria di Orsenna). Ma d'altro canto, la sovrabbondanza di metafore rende alcuni passi piuttosto ridondanti, specialmente nei capitoli centrali.
La trama è di quelle impalpabili, vi si racconta quel perverso meccanismo in virtù del quale se uno fissa il baratro finisce per venirne suo malgrado attratto, come risucchiato. O più prosaicamente: quando in autostrada si corre lungo la corsia di sorpasso e si sta sorpassando un tir, se per debolezza o distrazione si lascia che lo sguardo vada ad indugiare sul mezzo pesante, è assai probabile che si vada a sbatterci contro con risultati facili da immaginare.
Più in piccolo lo ha raccontato anche Pirandello con L'Esclusa: una voce che tutti vogliono vera, e che inizialmente vera non è, finirà solo dopo col concretizzarsi realmente. Se mi piacessero i paragoni con l'attualità potrei anche parlare di fake news e post-verità, ma questi li lascio fare al tg2.
Comunque sia, Gracq racconta, pennellando poco per volta, questo meccanismo semplice e complesso al tempo stesso in cui molti desiderano che le cose vadano in un certo modo, molti altri temono che le cose vadano in quel modo, sia come sia tutto spinge da quella parte per cui quella che poteva essere solo una utopia (oppure una distopia), diventerà realtà: e il fatto che strumento di questa realizzazione sia un uomo in particolare più degli altri, finisce per essere un un dettaglio più o meno irrilevante all'interno del meccanismo, proprio come un profeta non si assume meriti per sé ma si sente solo docile strumento nelle mani del suo Dio.
Il tono, il ritmo e il fraseggio, quell'aria di ricerca costante e minuziosa, mi hanno ricordato Austerlitz di Sebald. Ma è l'ambientazione che rappresenta certamente il suo lato più affascinante ed è anche quello che mette in moto un gran numero di riferimenti letterari.
Il paese immaginario e il clima di attesa infinita richiamano Il deserto dei tartari di Buzzati.
Pur essendo luogo di fantasia, la città di Maremma non è solo molto somigliante a Venezia, ma riporta con precisione alla Morte a Venezia di Mann.
La parte alta della città di Orsenna ha un qualcosa di Gormenghast, e non solo nella fotografia e nelle architetture: c'è anche la tematica della decadenza e dell'incombere del cambiamento traumatico e tuttavia ineluttabile.
Un ricordo più antico ma abbastanza preciso mi sovviene dal Giuoco delle perle di vetro di Hesse: al posto di Orsenna là c'è Castalia, a metà strada tra un'arcadia, un monastero buddista e Gran Burrone, alle prese con l'inevitabile decadenza, deve fare i conti con il resto del mondo e con lo scorrere del tempo, sia dal punto di vista politico e culturale che dal punto di vista più concreto e pratico della vita di tutti i giorni.
L'ambientazione delle Sirti è un po' Camargue, un po' Polesine; però interessante è anche l'interpretazione che ho trovato spulciando su internet e che vedrebbe la Signoria di Orsenna occupare tutta la costa sull'Adriatico, dal Veneto e Trieste e poi Slovenia, Croazia, Albania, sempre più giù fino al Peloponneso, con il Farghestan (i cosiddetti frontisti) che occupano nord Africa e Turchia.
All'inizio lettura un poco faticosa, poi ammaliante e avvolgente, poi ancora vischiosa e quasi opprimente, nel complesso l'effetto caleidoscopio è un qualcosa che depone a favore del buon libro. Non mi ritrovo nella condizione di perfetta soddisfazione della lettura, comunque il livello è elevatissimo e meriterebbe di certo una maggior diffusione. Voto finale: quattro e mezza.
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