venerdì 1 gennaio 2021

Vent'anni dopo - Alexandre Dumas

Alert: Lettura tristemente penalizzata da una autentica valanga di refusi, specialmente con gli accenti: chi si appresta ad iniziare questo volume in questa edizione Rizzoli, si rassegni al fatto che "andò" è scritto "ando" e "farà" si scrive "fara". Prendere o lasciare. 

"Il carattere particolare di quella guerra fu che si ebbero più strofette che cannonate. La Corte faceva canzonette sui parigini, i quali ne facevano sulla Corte, e le ferite, per quanto non mortali, non erano meno dolorose, perché erano prodotte dall'arma del ridicolo." 

Trascorsi vent'anni (o poco meno) dalla lettura dei Moschettieri, forse sono diventata una lettrice molto più esigente e/o pignola e/o cinica: non ho potuto fare a meno di trovare ingenui molti dialoghi e molti dettagli ed espedienti della trama; ingenui alcuni elementi di ripetitività che sono il difetto tipico di qualsiasi sequel; ho risentito un po' dell'impianto di scrittura fortemente "feuillettonesco", strutturato su brevi episodi proprio come le puntate di un telefilm. Insomma, speravo di ritrovare l'entusiasmo da 5/5 con cui avevo lasciato La Sanfelice (il mio ultimo Dumas di qualche anno fa), ho iniziato la lettura sentendomi quelle cinque stelle già in tasca, e invece mi devo fermare un passo prima di quell'entusiasmo. D'Artagnan si fa amare come sempre, apprezzabili anche le figure di Athos e del figlio Raoul; Aramis e Porthos sono figurette che nella parte centrale del romanzo risultano terribilmente appiattite, le battute a loro riservate nei dialoghi sono tanto tremende quanto brevi, e per fortuna nella parte finale il romanzo si risolleva significativamente grazie all'inarticolarsi degli intrighi della guerra civile e ad una maggior cura prodigata da parte dell'(degli) autore(i) anche a questi ultimi due moschettieri.   

All'inizio della lettura la complessità della figura del Mazzarino era decisamente invitante, buono il punto di partenza che vuole che i quattro moschettieri non abbiano avuto quella carriera così folgorante come si poteva sperare alla fine del primo romanzo; ottima l'idea di strutturare questo nuovo romanzo sulla missione che cerca di rimettere insieme i quattro vecchi amici, ottima anche l'idea per cui in realtà non saranno tutti e quattro insieme ma si troveranno due da una parte e due dall'altra, e poi nuovamente tutti insieme e separati al tempo stesso. Tutte ottime premesse, quindi: gli sviluppi della trama la portano temporaneamente ad arrotolarsi un po' su sé stessa, con qualche ingenuità e qualche contraddizione. Delle due, una: o sono io che, come dicevo sopra, sono diventata tanto più esigente, oppure è stato il team Dumas & Co che qui ha dovuto/voluto lavorare più di corsa rispetto il romanzo precedente, privilegiando la resa rispetto la qualità e la cura di certi dettagli. La sensazione netta è che nella parte finale il lavoro del capo sia presente in percentuale molto più rilevante, negli ultimi capitoli ho ritrovato quasi quasi il tono spigliato ed elegante della narrazione de La Sanfelice. L'ingarbugliamento della trama diventa infatti mirabile, è un perfetto quadro di guerra civile con le fazioni che si scontrano, si incontrano, si incrociano, si corrompono, si sovrappongono, realisti, frondisti, arrivisti, soddisfatti, insoddisfatti, persino un fantasma, l'Île-de-France come un gigantesco e perfetto minestrone.  

Quindi, anche senza quella dose "extra" di entusiasmo, resta pur sempre la solita amabilità di Dumas, al punto che, pur conscia e convinta dei difetti che ho qui rilevato, sono ugualmente ben lieta di avere già pronto in libreria il terzo romanzo e non vedo assolutamente l'ora di iniziarlo.              

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