Il libro di Barbero è ottimo, un lavoretto brillante e difficile da incasellare. E' strutturato come un bolero: la voce narrante investe il lettore con una ridda di nomi di persone e nomi di luoghi, fulminei aneddoti incastrati l'uno nell'altro, e senza rendersene conto il lettore è già preso nel crescendo che corre verso il finale.
Questo libro fa sembrare la Storia una cosa piccola. I secoli sono immensi, dovrebbero pesare come macigni, eppure con un po' di fortuna una persona può arrivare a percorrerne uno da un capo all'altro. Un tizio che avesse partecipato da giovinastro - diciamo vent'anni circa - alla guerra di secessione e che fosse riuscito a riportare a casa la pelle intera, agli albori della seconda guerra mondiale si ritroverebbe sulla soglia dei cent'anni. Non facile ma neanche impossibile, anzi, qualche caso ci sarà stato senz'altro. Ora che ci penso, la cosa vale alla stessa maniera anche al di qua dell'oceano: uno che da giovane avesse partecipato al Risorgimento, agli inizi della seconda guerra mondiale se ne starebbe lì con il peso dei suoi anni e dei suoi ricordi e potrebbe ben dire di averle viste tutte: se la guardi sotto questo punto di vista, la Storia sembra ripiegarsi su sé stessa, o meglio, sembra accorciarsi, proprio come con la teoria della relatività; e a proposito: ci sarà stato qualcuno che si sia preso la briga di andare a intervistare di persona, che ne so, uno dei mille di Garibaldi? Uno spunto interessante per future letture e/o ricerche.
Torno da Barbero: leggere Alabama a distanza di poco tempo da Via col vento (o viceversa) è un valore aggiunto per entrambi i libri, si arricchiscono a vicenda proprio grazie alla diversità tra i due. Grazie alla Mitchell in Via col vento abbiamo già fatto qualche conoscenza con i bianchi più poveri che possiedono solo uno schiavo o due, e con quegli straccioni bianchi che nella seconda metà dell'Ottocento negli stati del sud in America coltivavano una mezza biolca di cotone nei pressi di paludi mefitiche, terreni che nessun altro avrebbe mai voluto, e svolgevano occasionalmente qualche lavoretto per i grandi proprietari terrieri. Barbero racconta nuovamente la storia della Guerra di Secessione entrando più nello specifico nel punto di vista di personaggi come questi, guardati dall'alto in basso dai bianchi più facoltosi perché da essi ritenuti poco di più che un ingombro, odiati dai neri perché lo schiavo nero si identifica con il suo padrone, la sua tenuta e il suo "clan", e dunque in ogni caso si reputa migliore e più utile di quei poveracci.
Arruolarsi per la Sacra Causa rappresenta per questi bianchi un'occasione di ribadire la loro superiorità sugli odiati neri e così via di questo passo si sprofonda nei gironi infernali di un'autentica guerra tra poveri, che è quella che ci aveva già ottimamente illustrato la Mitchell, e che è quella che grossomodo vediamo e viviamo ancora oggi sia negli Stati Uniti con episodi di soprusi e intolleranze, ma tutto sommato anche in Europa con tutto quello che concerne i migranti provenienti dall'Africa. In questa illustrazione della guerra tra poveri sta la vera attualità del libro, più che nel riferimento al "rigurgito" di suprematismo bianco i cui recenti eventi più rappresentativi ed eclatanti mi pare di capire siano successivi alla redazione del libro (un po' come era avvenuto con il libro di Houellebeq, che se non ricordo male era uscito appena prima o forse appena dopo un attentato terroristico, dunque scritto in tempi non sospetti, ma che era automaticamente stato eletto a simbolo dei discorsi e dei dibattiti che si facevano in quei giorni). La questione razziale è centrale nel libro, se ne parla anche quando sembra si stia parlando d'altro, eppure rimane in un certo qual modo in sottotraccia: è un trama che si mimetizza con l'ordito. "Speriamo che adesso mi parli di quei negri, pensò la ragazza; e tutt'a un tratto realizzò che il vecchio stava parlando di negri fin dal principio, dei negri che avevano lasciato a casa a lavorare i loro campi quand'erano partiti per la guerra e che li conoscevano fin da bambini, e dei negri che erano lì con loro al campo e cucinavano e facevano il bucato per i soldati..."
Questione razziale al centro del discorso anche laddove riesce a spiegare - con semplicità e con sincerità - quello che, ancora una volta, ci aveva già mostrato la Mitchell: che i neri erano ugualmente detestati sia da una parte che dall'altra, sia dai nordisti che dai sudisti.
Il vero intento del libro, il vero esercizio è quello del calarsi in un punto di vista: un punto di vista che noi oggi ci rifiutiamo di condividere ma che per la seconda metà dell'ottocento era assolutamente normale, che nella prima metà del novecento sopravviveva a livello istintivo nelle persone anche a costo di farle ritrovare in situazioni contraddittorie ed incoerenti (posizione, questa, rappresentata con la studentessa-intervistatrice) ed infine che ancora oggi non è per nulla estinto. Direi che l'esercizio è riuscito perché lo scrittore si è calato nei panni e ha ricostruito ottimamente il suo personaggio.
E sempre in tema di punti di vista, è estremamente centrato quel che osserva @Paolo nella sua recensione laddove dice che uno dei temi principali del romanzo è la fuorvianza del testimone oculare, il quale per forza di cose non ha percezione dell'importanza dell'evento che vive (che ha vissuto), e sempre per forza di cose manca della necessaria prospettiva per rimettere insieme tutti fatti dando loro il significato che invece sa attribuire ad essi lo storico.
Aver saputo creare un personaggio il cui chiacchiericcio è perfettamente plausibile come resoconto di testimone oculare, e per di più un testimone non istruito ed ormai anziano, quindi anche un po' arteriosclerotico, tutto il lavoro dimostra che Barbero non se la cava niente male neanche come romanziere oltre che come storico. Altro punto a favore di Barbero è quello di non (s)cadere nel tranello dell'info-dumping, rischio che era più che mai concreto per uno storico e ancora più per un popolare divulgatore, e che invece viene assai abilmente scongiurato: in bocca al reduce qui protagonista non viene mai messa una parola fuori posto, egli non racconta mai un aneddoto o un evento o un'informazione che nella realtà non possa competere a quella che è la sua figura come la conosciamo sin dalle prime righe; l'autore è abile nel non distrarsi mai dal tenere ben presenti i confini del punto di vista del suo narratore. Una narrazione apparentemente semplice ma che rientra in quella categoria del "semplice non vuol dire facile".
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