mercoledì 5 maggio 2021

L'Agnese va a morire - Renata Viganò

Con la Viganò sapevo di andare sul sicuro: con le storie di partigiani e Resistenza mi sono sempre trovata bene. Ho i miei preferiti, ho la mia personalissima "superclassifica", ma di tutti quelli che ho letto non ce n'è uno che mi sia dispiaciuto del tutto. Ebbene, questo andrà ad ingrossare la fila dei preferiti. 

Prefazione di Vassalli insulsa e insipida, tipica da libro di testo delle scuole medie. Non dico che sia in odore di revisionismo perché ho troppo rispetto per Vassalli, che altrove ha scritto cose eccellenti, ma in questo frangente pare stranamente titubante e/o imbarazzato nel dover introdurre un romanzo che si apre con un omicidio sì efferato, però è pur sempre un evento che rientra nel gran calderone della guerra, e allora su, se devi farne la prefazione dovrai anche pur prender posizione. 


La testimonianza della Viganò (un breve articolo pubblicato su L'Unità nel Novembre del '49, qui messo a mo' di postfazione) è eccezionale, l'ho riletta quattro o cinque volte, prima, durante e dopo la lettura del romanzo; in sole poche righe mi ha già riportata al diario di Pesce Senza tregua: La guerra dei GAP letto un anno fa: ha lo stesso tono pacato, gli stessi vocaboli, gli accenti posti sulle stesse questioni; queste donne e questi uomini sono riusciti a fare la Resistenza perché erano veramente in sintonia tra di loro (a tal punto che lo scritto di una si può fondere nelle parole dell'altro), lo erano sin dall'inizio e sin dal profondo e a prescindere da ogni retorica e ideologia. Noi, oggi, questa cosa così sincera e spontanea, non la sapremmo ricreare neanche con tutto lo sforzo del mondo, non siamo minimamente in grado di sognarcela - figurarsi di realizzarla.

Vengo al breve romanzo: la Viganò scrive davvero bene e scrive una di quelle storie perfette sotto tutti punti di vista. Perfetta come romanzo quindi come prova letteraria, ma anche perfetta come testimonianza quindi come prova storica, poco importa se è stata fatta della fiction su qualche dettaglio (come spiegato dalla Viganò stessa in quel breve articolo). Ha la stessa scrittura asciutta di Fenoglio che tutti ben conoscono - e che è anche la stessa dei meno conosciuti Bertoli e Dusi. C'è la Storia dal Settembre '43 ai primissimi deboli inizi di primavera '45, un anno e mezzo circa, e all'interno di questo arco temporale ogni personaggio ha il suo ritratto, il suo aneddoto, il suo cammeo. 

Mirabile la ricostruzione di atmosfere, sensazioni e sentimenti pur senza usare grandi sbrodolate di parole. Mirabile la (ri)costruzione di un personaggio come l'Agnese: più contadina, più paesana e più ignorante di così non potrebbe darsi - ma anche nell'ignoranza ci può essere coscienza e coerenza e queste qualità, cementate con la volenterosità, hanno fatto la Storia, anzi no, cambio il paragone, è come se questi contadini e paesani (l'Agnese e tutti quelle e quelli come lei) avessero spostato una montagna con la forza delle sole mani. Oggi sappiamo che la Storia è passata lo stesso, ha circumnavigato la montagna proprio come farebbe un torrente, e quindi per un attimo c'è lo scoramento nel sapere che lo sforzo sovrumano per spostare la montagna non ha prodotto un risultato proporzionato a tanta e tale fatica. Però restano ugualmente la profonda commozione e il profondo rispetto per un'opera così titanica, in ciascuno di essi c'è la forza e lo sforzo di Atlante, niente di meno. 

Poi, ok, la Storia degli storici non si fa con i sentimenti né con i miti, e a questo punto subentrano date, nomi, singoli eventi concatenati tra loro. Però il merito di romanzi come questo è di saper ricostruire così bene quei sentimenti e quelle sensazioni dell'epoca, e io me ne meraviglio ogni volta. Un anno fa mi commuovevo solo guardando la copertina del diario di Pesce, e oggi mi sento di nuovo ugualmente commossa di fronte alla piccola storia raccontata dalla Viganò.

Riporto due passi dall'articolo de L'Unità: vi si parla di essere antiretorici e antidrammatici. Se penso a quanto siamo retorici e drammatici noialtri tutti, oggi, nell'affrontare un'epidemia che è certamente cosa grave e difficile ma a nessun livello e in nessun caso paragonabile alla guerra e poi alla guerra civile, ecco, dopo la commozione avverto un brivido di ribrezzo.  

"Quando arrivò l'Agnese per rimanere con noi, e ci riconoscemmo e parlammo insieme perché era un giorno calmo, non crediate che ci si dicesse frasi eroiche. Nessuno nella guerra partigiana diceva mai frasi eroiche, neppure quando stava per morire. Tutt'al più gridava: "Viva i partigiani!" o cantava "Bandiera rossa" e questo è già molto per uno che sta per morire. Ma spesso cadeva in silenzio col rumore dei mitra che spengono tutte le parole. 

[...]

Così era il clima di allora nella vita partigiana, antiretorico, antidrammatico, casalingo e domestico anche se eravamo alla macchia e la morte girava lì intorno, si nascondeva nello scialle dell'Agnese, negli scarponi dei barcaioli o nei capelli del mio bambino. In quel clima abbiamo vissuto diciannove mesi e poi l'ho creato - o tentato di creare - nel mio libro. [...] Ma nella stessa atmosfera ancora viviamo, noi che uscimmo salvi dalla lotta; dentro quel circolo siamo rimasti e forse mai potremo venirne fuori: era il circolo, l'atmosfera dove camminava l'Agnese, ora morta, dove hanno camminato tanti altri, ora pure morti, ma rinchiusi vivi nel mio libro con lei." 



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