Racconto, resoconto - quasi un diario - di un pietroburghese che in una immaginaria stazione termale della Renania, in qualità di precettore di due (sventurati!) fanciulli, si "annida" in una cosmopolita, carnevalesca e variopinta corte dei miracoli in orbita attorno ad una rinomata e al tempo stesso famigerata sala da giuoco: intento a tessere la sua tela come un ragno, egli è ragno e mosca al tempo stesso perché si ritrova comunque invischiato nelle tele altrui.
Il racconto invero è parecchio raffazzonato e la corte dei burattini portata sulla scena è a dir poco farsesca. Il punto è: quanta parte di questa farsa e di questa raffazzonatura è da addebitarsi alla pressione del tempo sullo scrittore che necessitava adempiere ai suoi impegni con l'editore? Quanta parte da addebitarsi al suo carattere forse impetuoso e forse ai riferimenti autobiografici che sottendono alla trama minimalista e impalpabile? Ed infine, quanta parte alla precisa intenzione di rappresentare questa farsesca corte dei miracoli esattamente così come la vediamo nel romanzo?
Non lo so, forse pure io sono infatuata di Dostoevskij come la sua segretaria, sta di fatto che a mio modesto ed insignificante avviso la terza parte (quella del preciso intento di produrre un quadro espressionista con pennellate così forti e cariche di colore da sbavacciare e schizzare e raggrumare tempera tutt'attorno) è quella più corposa. Non fosse altro che per una similitudine che mi ronza in testa: la farsa qui raccontata, con il tono di sfrontata ironia e insistente polemica, e con le "birichinate" del precettore protagonista, mi rimanda direttamente alle carnevalate raccontate da Belyj in Pietroburgo, quest'ultimo come Dostoevskij carico di ironia che alla fin fine è una ironia essenzialmente amara. Per non dire del Generale, che compare qui ne Il giocatore, che può benissimo essere messo a fare il paio con il padre Apollon Apollonovič in Pietroburgo.
Poi cambio metro di paragone perché necessito di una menzione speciale per la nonna Antonida Vasil'evna Tarasevičeva (già il nome è tutto un programma), la quale può sedere tranquillamente nell'olimpo dei migliori personaggi di sempre, giusto giusto a fianco della Balia di Romeo e Giulietta (Shakespeare, çavasansdire).
Quanto al tema principale, illustrato sin dal titolo, della dipendenza dal gioco d'azzardo (ma che potrebbe anche essere dipendenza da alcool o droghe) con la vertigine e l'esaltazione e lo stato di temporanea follia e distaccamento da essa provocata, mi pare persino superfluo notare che con poche rapide pennellate (vedi sopra), poche rapide scene, l'autore riesce riesce ad inquadrare la situazione molto meglio e molto prima di tanti studi e tanti romanzi contemporanei.
Ultima nota: rileggere Il giocatore in contemporanea ai primi capitoli delle memorie di Anna Dostoevskaja - quindi avendo davanti agli occhi quasi in tempo reale lo scrittore che detta alla stenografa - è stato senza dubbio un valore aggiunto e mi ha permesso di cogliere lievi variazioni nelle sfumature del tono della narrazione. La rilettura dopo 25 anni vale la rivalutazione a cinque stelline.
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