Le sensazioni, i sentimenti che Bunin esprime nel suo diario erano già stati ben illustrati svariati anni prima con questa copertina sul retro de L'Ape del nord :
Pare che l'illustrazione sia di Boris Kustodiev ma non ci giurerei. Ancor più emblematico sarebbe stato inserire una foto della statua di Caterina, a Odessa, ricoperta di stracci, come la descrive più volte Bunin nelle sue pagine, prima che venisse smantellata nel 1920. Ho cercato ma non sono stata capace di trovarne una fotografia, forse non esiste nemmeno, bisognerà accontentarsi delle sole immagini suggerite da Bunin.
Il diario contiene non solo aneddoti, istantanee e riflessioni del tempo in cui viene scritto (Mosca 1918 e Odessa 1919), ma riporta anche voci ed immagini del 1917: quindi è a tutti gli effetti un diario di rivoluzione e guerra civile. Un diario talmente legato al suo contenuto da essere testimonianza anche nelle omissioni: le parti mancanti sono per l'appunto mancanti in quanto Bunin le ha nascoste così bene - nel timore che potessero cadere in mani nemiche - che non è più stato in grado di ritrovarle. Una testimonianza di sicuro interesse e di sicuro valore, anche se la forma narrativa del diario - spezzettata, con incisi e salti di pensiero come in un vero e proprio flusso di coscienza - mantenuta in originale senza alcun rimaneggiamento, non agevola la facilità di lettura. Ma ci sono passaggi tanto poetici e malinconici che vale la pena sorbirsi tutto solo per il piacere di scovarli.
Utilissimo per fare una prima conoscenza con Bunin, utile anche come lettura propedeutica in vista di una rilettura di Živago. E così, per associazione di idee, poiché Bunin più di una volta in queste pagine guarda Odessa con sguardo smarrito, osservando lo sfacelo e chiedendosi dov'è finita la bella città che conosceva un tempo, non si può fare a meno di rivolgersi a uno che il bel tempo di Odessa lo ha vissuto e ha fatto in tempo ad immortalarlo: Leonid Pasternak, ovviamente padre di Boris, e così con questo chiudo il cerchio in maniera un po' più positiva di come l'avevo aperto.
Nota a margine per quanto riguarda l'aspetto non letterario ma sociale e politico: poveri noi, quante somiglianze tra le riflessioni che quei giorni terribili inducono Bunin a buttare tutto su carta, al lumicino di una lampada improvvisata con olio e sughero in un barattolo, e le riflessioni che i nostri giorni terribili mi fanno passare per la mente ogni giorno! Eppure, non dovrebbero nemmeno essere cose paragonabili: quella era una guerra civile, era uno scannatoio, quella di oggigiorno al confronto dovrebbe essere una barzelletta... ma allora forse è proprio vero che la Storia si ripete nella farsa. Cito solo un passo come esempio: qui Bunin parla della Rivoluzione Francese per paragonarla alla rivoluzione che sta vedendo e vivendo in Russia:
Anche ai tempi della Rivoluzione Francese venne creato su due piedi un subisso di nuove istituzioni amministrative, si abbatté un vero e proprio diluvio di decreti, di circolari, il numero dei commissari - chissà per quale ragione si tratta immancabilmente di commissari - e in generale di qualsivoglia autorità divenne incalcolabile, comitati, associazioni, partiti spuntarono come funghi e tutti "si divoravano l'un l'altro" [...]. Ogni cosa si ripete poiché ciò che in buona sostanza caratterizza le rivoluzioni è una rabbiosa smania di messinscena, di spettacolo, di artificiosità, di farsa.
Mio malgrado non ho potuto fare a meno di leggerlo in chiave attualizzata: se si toglie l'espressione Rivoluzione Francese e lo si sostituisce con un banalissimo pandemia, l'effetto pelle d'oca è assicurato in quanto ogni osservazione e descrizione rimane perfettamente calzante. E così senza volerlo mi sono ritrovata a guardare i nostri giorni terribili attraverso le lenti degli occhiali di qualcun altro, un qualcun altro che però scriveva centoedue anni fa. La cattiveria con cui un l'anno scorso si poteva venire apostrofati se sorpresi per strada a fare jogging ("stai a casa porco ***") e la foga con cui oggidì Tizio non vaccinato può essere incolpato non solo del contagio di Caio che si trova a mille chilometri di distanza da Tizio ma forse anche di tutti gli altri mali del mondo... beh, mi sembra di vedere la stessa foga, la stessa bolgia, lo stesso ghigno scimmiesco che Bunin inquadra su tanti dei volti che incontra per strada.
Le incoerenze dell'opinione pubblica (fino a pochi mesi prima si giudicava male uno che volesse fare il vaccino al più presto, anche a costo di scavalcare gli altri; dopo pochissimo tempo si giudica male uno che volesse rimandarlo di un poco...); le incoerenze nelle normative vigenti (fino a poco tempo prima il caffè al bancone del bar era il male assoluto, ora è l'unico luogo dove non occorre certificazione?!?), il tutto condito da cattiveria, cattiveria, cattiveria esasperata ed esacerbata che non può portare a nulla di buono, alla faccia degli "andrà tutto bene" e tutti uniti, tutti vicini ecc. ecc.



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