Per quanto l'intera storia possa sembrare delirante e cosparsa di personaggi quasi sempre febbricitanti, se si fa la tara della contestualizzazione dei gusti e delle mode dell'epoca, e se si riconosce che persino oggi (e forse oggi più che allora) è facile riscontrare volubilità, ipersensibilità e soprattutto quella peculiare congiuntura per cui alcune persone finiscono per essere sempre escluse, messe all'angolo sia in senso reale che in senso figurato, sempre non-invitate nel normale consesso della socialità, tanto più tagliate fuori quanto più la barriera che le divide dagli altri è perfettamente trasparente e quanto più facile è irriderle e sostenere che la barriera sia solo un'invenzione della loro testolina un po' malatuccia (ecco che inizio a scrivere come Dostoevskij), insomma se si riesce a fare le dovute tare e ad isolare i singoli fenomeni - cosa non facile, lo riconosco - il personaggio con la sua storia può risultare enormemente attuale e realistico. Commentando Povera gente avevo notato come il libro di Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del nord, non fosse altro che un banale remake. Ma pensandoci meglio, l'operazione remake/reinterpretazione non è una faccenda tutta da buttare, forse ci sarebbe bisogno di una buona e ragionata reinterpretazione di Netočka Nezvanova per arrivare a capire meglio, per acciuffare con maggior sicurezza quei significati un po' sfuggenti tra uno svenimento e l'altro, tra una crisi di nervi e l'altra. L'inizio lento mi pareva così ridondante, inutilmente prolisso e cavilloso, ma mai postfazione fu più utile per spiegare, schiarire e fare apprezzare quel che lì per lì mi era parso inutile. Come già osservavo per Povera gente, queste edizioni sono proprio ben curate, almeno per quello che è il punto di vista di una ignorante come me.
La ricetta qui utilizzata da Dostoevskij: isteria e svenimenti: a palate; lacrime e sfighe: a tonnellate. Gettare il tutto in una zangola in cui impastare il discorso con riferimenti a Dickens, Gogol', Balzac, Hoffmann e forse chissà quanti altri; elementi classicismi come la fanciulla orfana o ancora meglio il mitologema del/la fanciullo/a divino/a - che in postfazione viene citato con riferimento a Jung e credo che in fin dei conti sia lo stesso da cui scaturisce l'Arturo della Morante; atmosfere a tratti gotiche e un po' diaboliche e sicuramente oscure e misteriose; aggiungere un'infinità di riferimenti autobiografici, polverizzati e sparsi in ogni dove nella trama, a lasciare intendere come autobiografiche siano anche le riflessioni: è a suo modo un romanzo-confessione.
Fortemente biografico è il tema dell'artista, delle motivazioni e dei sentimenti che lo muovono. Dalla figura di Efimov, patrigno della protagonista, un clarinettista che si scopre miracolosamente violinista, emergono gli elementi autobiografici legati alle sensazioni di dubbio e di incertezza di Dostoevskij, riguardo il proprio talento e le proprie possibilità. Qui si parla di questo Efimov, certamente esempio negativo di artista: "La sua brama è la fama. Ma se un tale sentimento diventa il movente unico e principale di un artista, allora quell'artista già non è più tale, perché ha già perso il principale istinto artistico, ovvero l'amore per l'arte unicamente in quanto arte, che non ha niente a che vedere con la fama, o con qualcos'altro. S., al contrario, quando prende in mano l'archetto, per lui non esiste nulla al mondo che non sia la sua musica." Questo è un argomento ultra-attuale, specialmente in virtù della dipendenza da social in cui tanti fanno il possibile (e l'impossibile) pur di mettersi in mostra; da applicarsi non solo all'arte ma anche allo sport e chissà quanti altri ambiti che ora non mi vengono in mente. La morte misteriosa del diabolico maestro di Efimov ricalca in tutto quella del padre dello stesso Dostoevskij. Ed è probabile che anche il sentirsi all'angolo abbia un qualcosa a che vedere con elementi di autobiografia.
Secondo un punto di vista strettamente formale c'è chi lo considera un'opera compiuta, un racconto di formazione in quanto la protagonista racconta di sé stessa da quando ha otto anni fino ai 16/17 anni: in questo lasso di tempo una formazione/maturazione è effettivamente avvenuta. Più evidentemente si tratta di opera incompiuta perché le cesure irrisolte e le promesse fatte e poi non mantenute dalla voce narrante della stessa protagonista sono tante: 1) la morte di Aleksandra Michajlovna, imminente ma non del tutto scontata; 2) il ritrovarsi della protagonista con l'amata principessina Katja; 3) il ritrovarsi della protagonista (o forse di entrambe le ragazze?) con il fanciullo Larja; 4) il ruolo del misterioso Ovrov che compare nelle ultimissime pagine senza che si possa capire se si tratta di personaggio positivo o negativo; 5) resta forse da sviluppare il tema del "chi è senza peccato scagli la prima pietra", soltanto introdotto con la lettera segreta; 6) restano forse ulteriori sviluppi del tema dell'artista in capo alla stessa Netočka in quanto essa stessa scopre di avere doti nel canto.
Ma soprattutto è opera incompiuta perché si sa qual è l'evento occorso durante la stesura: l'arresto e poi la condanna. Un'opera che per forza di cose diventa un tutt'uno con il suo autore e la sua personale storia, non solo per via di quei riferimenti biografici cui accennavo sopra ma proprio per la forte quanto inevitabile suggestione che si prova mentre si legge, simile alla consapevolezza della vicinanza dell'orlo del burrone. Simile a quanto accade leggendo la Suite Francese della Némirovsky - paragone non del tutto calzante ma lo uso tanto per spiegarmi. Nell'ambito di quelli che sono i limiti dell'opera incompiuta, la lettura mi ha dato forse anche più di quello che potevo aspettarmi. Quattro e mezza.
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