domenica 3 ottobre 2021

Il signore dei Lupi - Alexandre Dumas

 Devo partire da un dato di fatto: per terminarlo ho faticato enormemente. Questo "enormemente" è da intendersi non tanto in senso assoluto quanto in senso relativo: per un romanzo breve di neanche duecento paginette, dovevano bastare due-tre giorni di lettura entusiasmante, ed invece me lo sono trascinato per oltre una settimana, sentendo addosso quel senso di fatica proprio come accade in certi sogni squinternati, dove ogni movimento costa il doppio della fatica e ci si ritrova a vivere in un mondo dall'aria viscosa, quasi solida. 

Una bella fiaba, ben scritta, ne riconosco tutti i pregi, ma non è arrivata ad entusiasmarmi. La scoppiettante introduzione - in cui Dumas si prodiga in uno squisito esempio di auto-fiction ante-litteram - sembra promettere fuochi d'artificio per le pagine successive, ma è una promessa che non viene mantenuta, almeno non del tutto. 

All'inizio della fiaba mi si presenta un Dumas in veste vagamente reazionaria: lo zoccolaio Thibault è reso irritante e negativo principalmente per il suo essere incontentabile, per la sua aspirazione a migliorare la propria condizione ad ogni costo (anche quello di fare un patto col maligno: "Decisamente vale più un diavolo che ti protegge che un angelo che ti trascura"); vi si dice che quel tanto di istruzione in più che il padre gli ha fatto avere è per lui un male anziché un bene; vi si dice che esser fedeli alla parola data nel commercio è più importante che essere fedeli ad una donna; per mezzo della brava contadina Angeletta ci viene ricordato che la selvaggina è esclusiva proprietà del Re e dei suoi vassalli in quanto detta selvaggina vive nei boschi e terreni di loro proprietà, e tutti i poveri villici possono solo adeguarsi e sottostare. Insomma, a questo punto speravo già di veder sbucare Robin Hood da dietro un cespuglio per riparare a un po' di storture...

A parte le battute, si tratta di una fiaba (quasi) in piena regola: e con la fiaba condivide le frivolezze di alcuni dettagli, le ingenuità di altri, finanche qualche piccola svista. Con la fiaba condivide la moltitudine dei personaggi: ad ogni passo del protagonista, un nuovo incontro; però a lungo andare tutto questo gran caleidoscopio di avventure e personaggi va a sortire un effetto centrifugo anziché centripeto dell'attenzione del lettore. L'aspetto oscuro e diabolico della vicenda (diavoli, lupi, maledizioni e malefici e quantaltro) è letteralmente travolto e surclassato dall'aspetto folkloristico-commediante: il protagonista, una volta ottenuta la facoltà di esercitare il suo oscuro potere, punta ad utilizzarlo in una sola ed esclusiva direzione: sedurre una donna giusta, attraverso la quale potrà poi garantirsi miglioramento sociale ed economico ecc. ecc; ed è forse per questa unicità di intento che, pur attraverso una molteplicità di avventure, vi ho trovato un che di ripetitivo.   

Va pur detto che della fiaba non condivide la "monoliticità": alcuni pentimenti e ripensamenti del protagonista sembrano quasi dei contorsionismi, e se da un lato contribuiscono ad avvicinarlo al lettore ed a provare un po' più di empatia nei suoi confronti dopo l'antipatia iniziale, dall'altro lato peggiorano una situazione di vaga confusione. Non c'è una morale: dopo aver osservato che "vale più un diavolo che ti protegge..." ; dopo essersi chiesto perché Satana può trascinarti all'inferno per avergli concesso un solo capello, mentre Dio sembra non essere in grado salvarti quando tutti i tuoi capelli sono in mano a Satana tranne uno - in ultima analisi il male sembra essere più forte del bene - il protagonista e con esso la storia si perdono nella nebbia. Il non voler proporre una morale (o ancor peggio una lezioncina) è elemento di assoluta modernità per un romanzo del 1857; però un'ultima parola da parte dell'autore mi è decisamente mancata. 

Potrei arrivare a dire - con grande presunzione da parte mia, visto che sto commentando Alexandre Dumas e non un palombaro qualsiasi - che l'idea iniziale era buona, ma poi sono mancate le singole idee per darle il miglior sviluppo possibile. Mostrare la progressiva trasformazione di un pover'uomo in lupo mannaro, attraverso tutte le fasi intermedie, non un banale morso da parte di un altro lupo mannaro ma tutta una serie di delusioni, disillusioni e arrabbiature; descrivere tutti i gradi di abbruttimento che dimostrano la regola per cui quando si tocca il fondo non si inizia a risalire ma si inizia piuttosto a scavare, questa è davvero l'idea geniale che però, nelle centottanta pagine di racconto, al netto di tutte le scenette di commedia, rimane ancora da sbozzare e approfondire O forse, più semplicemente e modestamente, dovrei limitarmi a scrivere che mi aspettavo una lettura diversa e pertanto sono rimasta un po' delusa. 

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