Angolo di provincia, purgatorio senza sconti, paesino sperduto sui corni di Maremma, luogo morto dentro che finisce inevitabilmente per trattenere, o attrarre o richiamare persone già morte dentro. E anche fantasmi veri e propri.
Mi piace l'idea che Le Case sia una specie di mostro. Ma è lui a mangiare i suoi abitanti? O in realtà sono loro a sbranarlo a poco a poco?
Naspini ricostruisce un autentico microcosmo nei minimi dettagli e con assoluto realismo. Perdersi in questo microcosmo ha la stessa piacevolezza agrodolce del rigirare il dito nella piaga oppure del far battere la lingua dove il dente duole - un certo tizio, un po' più bravo di me con le parole, avrebbe osservato che qui i protagonisti, ed il lettore insieme con loro, arrivano spesso a sentirsi comfortably numb. Una delle ricostruzioni più perfette che abbia mai letto del micro-paesino abbarbicato sulle cime dell'appennino: quando si pensa alle case incastrate le une nelle altre, scavate nella roccia, incastrate a metà via tra un Lego e le scatole cinesi, si pensa subito ai Sassi di Matera, ma a guardare un po' più attentamente è tutta la dorsale appenninica ad essere fatta così, costellata di tante mini-Matera fin sui costoni più impensati. E' una storia corale, composta dalle voci degli stessi protagonisti che si raccontano, che si rivolgono idealmente l'uno all'altro, oppure che si rivolgono ai morti o agli assenti, e l'insieme dei racconti gira su sé stesso come un gioco dell'oca particolarmente acido e cinico. E realistico. Ma questa robusta dose di realismo va a sua volta ad innestarsi su una radice di fantasia che mescola sogno, stato comatoso e storie di fantasmi, un'aria vagamente dark che troverà maggior sviluppo e sfogo di man in mano che si procede verso il finale, quindi l'incastro delle scatole cinesi si ripropone anche sul piano trascendente.
Caratteristica per nulla secondaria è l'identificazione tra contenuto e contenitore: queste pagine raccontano non solo il microcosmo di cui sopra, ma nel frattempo inventano anche due o tre modi possibili in cui potrebbero essere state messe insieme.
La lettura parte con una certa solidità, robusta e asprigna proprio come un vino toscano: ma non bisogna farsi ingannare perché da un certo momento prenderà a virare parzialmente verso orizzonti inaspettati ed allora più che alla spirale del gioco dell'oca andrà per assomigliare ad un 8 che come ben sappiamo si ripiega in sé stesso all'infinito.
...un posto strano, di cui lei si sbalordiva all'infinito. Allora andavo a scavare nella memoria alla ricerca di personaggi e vecchie storie che in un'altra vita avevo ascoltato da nonna Esedra o rubato in giro per le vie del borgo alto. [...] C'erano nani e assassini, briganti e pazzi. Amori tranciati sul più bello, mostri fatti di solitudine...
Il lettore ci sguazza e alla lunga comincia a chiamare tutti per nome.
Un gioco pericoloso, dove ci eravamo divertiti a muovere la catastrofe di certe vite, per come ne fioriscono nelle province profonde. "E' stato un richiamo", mi ritrovavo a pensare, e subito il sangue diventava di ghiaccio. Perché alla fine Le Case aveva risposto.
Gli amori sono parti essenziali di questo incastro di racconti: ci sono gli amorazzi con la minuscola, quelli più imbarazzanti, in cui lo sfogo delle carni è in tutto e per tutto quello delle bestie oppure del servo della gleba di epoca medioevale (che poi è parente stretto delle bestie); ma ci sono anche Amori con la A maiuscola sebbene nascosti sotto la polvere della quotidianità, e poi ce n'è un altro ancora che non appartiene a nessuna delle due categorie.
C'è il gioco degli scacchi che si fa metafora del paesino e dei suoi personaggi i quali si muovono come pedine nel racconto; ma è anche simbolo della ricerca disperata di un mondo alternativo, un mondo migliore, più eroico, o forse soltanto un mondo in cui poter avere una qualche voce in capitolo.
Le Case ti chiede questo: o tutto o niente. Ogni angolo di Maremma è fatto così. Ti urla nel corpo, nel brutto e nel bello.
Se entri nelle grazie sbagliate, in questa terra non si muore una volta sola: te lo fanno digerire giorno dopo giorno.
Già il nome "Le Case" è perfettamente realistico. L'intero appennino è costellato di toponimi che si ripetono all'infinito e la cui semplicità, anzi banalità, non lascia neanche più di stucco: il Monchio, la Salita, la Discesa, la Svolta, la Malora, la Bandita (tutti rigorosamente sdoppiati in superiore e inferiore).
Ed anche le attitudini dei personaggi, le loro paturnie ed i loro mugugni, sono perfettamente centrati:
Avevo l'indole della contadinotta: davanti c'erano tutte le possibilità, ma senza nessuno che mi instradasse non sapevo muovere un passo, mangiata dalla paura. Ogni giorno che passava era un giorno sciupato nell'immobilità dello spavento e nel logorio di una solitudine che cominciava a diventare un'altra pelle.
In tutti quei mesi avevo ricevuto un ninnolo unico, che valeva più di tutto l'oro e i pendenti del mondo: il rispetto. Lo stesso che una bestiola dell'entroterra di Maremma come me non aveva mai conosciuto. "Ecco cosa capita alla gente che mangia pane e ignoranza" mi dicevo. "Ti danno un tesoro e lo usi per sciacquarti il culo, buttandolo poi via con l'acqua sporca".
So bene di provare un'attrazione finanche un po' malsana verso i paesini fantasma che si affastellano silenziosi sotto il crinale, un po' come tanti altri hanno la manìa dei cimiteri. E proprio alla luce della mia manìa, confesso che leggere questo libro è stato a tratti come specchiarsi nell'abisso... una cosa vagamente disturbante ma di quel disturbo giusto che devono dare i giusti libri. Quattro stelle e mezza senza ombra di dubbio.
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