Niente di strabiliante ma pur sempre piacevole da leggere in una domenica mattina con il cielo che inizia ad avere voglia di neve. All'inizio mi sembrava una gran gnoccata, una brutta e banale copia de Le otto montagne (il quale già a sua volta non è che sia proprio un capolavoro da premio Nobel), con personaggi piatti-bidimensionali. Andando avanti, i personaggi si sono lasciati conoscere un po' meglio e la narrazione, accanto a qualche innegabile luogo comune, ha iniziato a proporre anche qualche osservazione azzeccata.
Il racconto copre l'arco di tempo di un anno solare, da autunno all'autunno successivo, e certo la cosa ha una sua apprezzabile simbologia. Non è un racconto del tutto realistico perché manca di quell'amarezza che nella realtà accompagna tanti momenti e tante scelte di vita. Non è del tutto fiabesco, perché non calca la mano sulla poesia o su un qualche elemento di realismo magico (e menomale, aggiungerei). Restando a galleggiare a metà strada, rimescolando qualcosa di autobiografico ma senza intento di autoincensarsi, si merita con un certo orgoglio le sue tre stelle da lettura leggera e rinfrancante, era quello di cui avevo bisogno dopo la faticata del Mr Pyle, e l'ho trovata.È un racconto che ruota attorno al tema della montagna ma anche a quello della ripartenza. Sì, ripensandoci meglio ha un altro pregio: nel suo essere leggero e un po' vago, è una storia di ripartenza nettamente migliore di tante altre che propongono trame più dettagliate ma strampalate e improbabili. Tre stelle e un quarto.
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