Un testo dal sapore vagamente natalizio, vagamente joyciano, non risolutivo ma godibilissimo sul tema della decadenza delle antiche tradizioni, degli antichi baluardi e di tutta quella antica società di fine XIX sec; il tema viene illuminato solo fiocamente proprio come fioche sono quasi sempre le luci che illuminano le stanze in cui si svolgono queste scene, tutto con metafore e sottointesi.
È come guardare una pièce teatrale, ancor più che se fosse un testo espressamente scritto per il teatro: tre atti coprono l'arco di una giornata della famiglia Hvide, dove protagonisti sono non soltanto le persone che compongono il nucleo familiare, la servitù e gli ospiti di autentici ricevimenti in vecchio stile; ma anche e soprattutto l'antica magione con i fantasmi dei fasti di un passato ormai morto eppure stranamente e insistentemente presente, in ispecie nel modo di sentire degli anziani; un passato che lascia invece un vuoto apparentemente incolmabile innanzi ai giovani.
Squisito personaggio l'anziano protagonista a capo della famiglia, un tempo medico di corte, ormai ridotto a prendere i soldi in prestito dagli strozzini ma che in ogni frangente sa conservare una irriducibile dignità:
"mi mandate a chiamare tardi", disse. Era come se un'aspra risolutezza avesse fatto emergere dalla sua figura la scultura di un gigante.
Mi ha ricordato il nonno Bagrov della Cronaca di famiglia di Aksakov.
E squisito è anche il rapporto tra il vecchio e la nuora, è un rapporto speciale, sembrano come padre e figlia ma più complici - avrei apprezzato un miglior approfondimento di questo aspetto del racconto e del resto non dubito di poter trovare quel che cerco ne La casa bianca. Nel complesso una piacevole scoperta per una come me che conosce poco i nordici, un ottimo cambiamento d'aria.
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