Il 2022 si apre con uno dei romanzi più actionless di sempre. Ma se in altri casi la mancanza di azione e di trama è arrivata ad infastidirmi, così non è stato questa volta: la potenza dei paesaggi e la concretezza dei personaggi, pur persi nel loro immobilismo, hanno ampiamente compensato.
D'altro canto, questo romanzo, in quanto "incipit dell'anno" mi ha regalato uno degli incipit più fulminanti che si siano mai letti: "Il bisnonno dei Krassov, soprannominato, fra la servitù, lo Zingaro, era stato sbranato dai mastini del suo signore, il capitano di cavalleria Durnovò. Lo Zingaro gli aveva tolto l'amante. Durnovò ordinò di condurre lo Zingaro in un campo fuori dal villaggio e di farlo sedere su un cumulo di terra, poi egli stesso uscì fuori con la sua muta e gridò: "Taiuh!". Lo Zingaro dopo un momento di sbalordimento si diede alla fuga. Ora, sappiamo che non bisogna mai correre davanti ai cani."
All'inizio mi sembrava una saga familiare incentrata su due fratelli, e ripensavo agli Ashkenazi di Singer, salvo poi rendermi conto, come dicevo, che non c'è trama: qui ci sono due fratelli, Tikhon e Kuzma, punto. Entrambi con un passato da mercanti, Tikhon assomiglia più al viscido Porfirij dei Golovlëv, mentre Kuzma è più "tradizionalmente" tolstojano.
Più dei fratelli, protagonista è la vita nei villaggi nelle campagne russe all'inizio del XX secolo, proprio durante la rivoluzione del 1905 (ambientazione affine a quanto si incontra nel Placido Don di Šolochov, solo che qui il punto di vista è dalla parte dei mužik anziché dei cosacchi: apparentemente nessuna differenza, eppure quanto odio dei secondi nei confronti dei primi, quanto timore dei primi innanzi ai secondi).
Per continuare con le similitudini, si trova molto in comune con i Golovlëv di Saltykov-Ščedrin; non certo nello stile e nel tono del discorso, quanto nei temi: il senso di spreco, il senso di annullamento di una intera vita fatta di errori, la difficoltà di sostenere paesaggi con steppe immense e ancor più immensi cieli. Cieli neri dell'inverno, cieli violacei al crepuscolo, il paesaggio è qui sempre e comunque una presenza incombente e ingombrante. Paesaggi sempre descritti con la stringata precisione che già avevo imparato a conoscere in Bunin nei Giorni Maledetti.
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