giovedì 6 gennaio 2022

Il villaggio - Ivan Alekseevič Bunin

Il 2022 si apre con uno dei romanzi più actionless di sempre. Ma se in altri casi la mancanza di azione e di trama è arrivata ad infastidirmi, così non è stato questa volta: la potenza dei paesaggi e la concretezza dei personaggi, pur persi nel loro immobilismo, hanno ampiamente compensato.

D'altro canto, questo romanzo, in quanto "incipit dell'anno" mi ha regalato uno degli incipit più fulminanti che si siano mai letti: "Il bisnonno dei Krassov, soprannominato, fra la servitù, lo Zingaro, era stato sbranato dai mastini del suo signore, il capitano di cavalleria Durnovò. Lo Zingaro gli aveva tolto l'amante. Durnovò ordinò di condurre lo Zingaro in un campo fuori dal villaggio e di farlo sedere su un cumulo di terra, poi egli stesso uscì fuori con la sua muta e gridò: "Taiuh!". Lo Zingaro dopo un momento di sbalordimento si diede alla fuga. Ora, sappiamo che non bisogna mai correre davanti ai cani."


All'inizio mi sembrava una saga familiare incentrata su due fratelli, e ripensavo agli Ashkenazi di Singer, salvo poi rendermi conto, come dicevo, che non c'è trama: qui ci sono due fratelli, Tikhon e Kuzma, punto. Entrambi con un passato da mercanti, Tikhon assomiglia più al viscido Porfirij dei Golovlëv, mentre Kuzma è più "tradizionalmente" tolstojano.  
Più dei fratelli, protagonista è la vita nei villaggi nelle campagne russe all'inizio del XX secolo, proprio durante la rivoluzione del 1905 (ambientazione affine a quanto si incontra nel Placido Don di Šolochov, solo che qui il punto di vista è dalla parte dei mužik anziché dei cosacchi: apparentemente nessuna differenza, eppure quanto odio dei secondi nei confronti dei primi, quanto timore dei primi innanzi ai secondi).
Per continuare con le similitudini, si trova molto in comune con i Golovlëv di Saltykov-Ščedrin; non certo nello stile e nel tono del discorso, quanto nei temi: il senso di spreco, il senso di annullamento di una intera vita fatta di errori, la difficoltà di sostenere paesaggi con steppe immense e ancor più immensi cieli. Cieli neri dell'inverno, cieli violacei al crepuscolo, il paesaggio è qui sempre e comunque una presenza incombente e ingombrante. Paesaggi sempre descritti con la stringata precisione che già avevo imparato a conoscere in Bunin nei Giorni Maledetti.
 
"La testa s'annebbiava, Ora la vita sembrava spalancarglisi davanti, e tutto era gioia, energia, spensieratezza, ora un'oscura sofferenza, una cupa disperazione gli straziavano il cuore."

"Era oppresso dal bisogno di esprimere i suoi sentimenti personali, la sua anima, di esibire tutto quanto faceva parte del martirio della sua vita. E il più terribile era la semplicità, la banalità di quella vita, la facilità inconcepibile con la quale essa si disperdeva in piccolezze."

"La nebbia del crepuscolo nascondeva i campi senza limiti, tutta quell'immensa solitudine, con le sue nevi, i suoi boschi, i suoi borghi, le sue città, regno della carestia e della morte..."

"Ormai la vita è passata, fratello! Ho avuto con me, sai, una cuoca ch'era muta; avevo regalato a quella sciocca, un bel fazzoletto da testa, e lei lo portava, l'usava, ma al rovescio. Comprendi? Per stupidità e avarizia. Le rincresceva portarlo dal dritto tutti i giorni, aspettava un giorno di gran festa. E la giornata festiva venne, ma non le era rimasto altro che un cencio. Così ho fatto io della mia vita. Come è vero!"
Quasi quasi ci trovo dei punti di contatto anche con Donna Rosita nubile di García Lorca.
 
Si incontra poi una sfilza di personaggi-comparsa la cui vera utilità è quella di fare una sorta di defilé: si descrive il loro abbigliamento, la barba ed i capelli e gli accessori, qualche accenno alla occupazione (o alla non-occupazione) e al carattere, e via che si passa alla comparsa successiva. Tutti questi figuranti messi assieme sono un caleidoscopico campionario del popolo del villaggio russo. "Ma la Russia, tutta la Russia, non è che un villaggio, ficcatelo bene nella zucca! Guardati attorno; siamo in città, è vero? Credi? E non hai visto quel gregge che tutte le sere sfila per le strade, in modo che la polvere sollevata impedisce di vedere il vicino? ...E mi parli di città?"

Non è opera tale da gridare al capolavoro, non diventerà uno dei miei preferiti di sempre, ma è pur sempre un altro importante tassello del puzzle e tornerò certamente a leggere altro di Bunin. 


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