Preso in febbraio in un momento in cui avevo bisogno di leggerezza ma avevo anche voglia di sentire parlare di Dostoevskij.
Ora siamo in settembre, qua sui crinali è già arrivato l'autunno, la luce è cambiata nel volgere di ventiquattr'ore. Il samovar in edizione appennino-toscoemiliano è un bricchetto d'acqua perennemente posizionato sulla stufa.Le esigenze non sono cambiate rispetto febbraio: e in effetti il libro di Paolo Nori ha entrambe le caratteristiche che gli si chiedevano, si srotola con leggerezza e racconta qualcosa di Dostoevskij. Come è già stato scritto in altri commenti, le digressioni e divagazioni sono davvero tantissime: tolgono spazio a Dostoevskij, è vero, ma aiutano molto a fare una panoramica su tutti gli scrittori russi dell'epoca. Il vero guaio, casomai, è che al termine della lettura uno avrebbe voglia di leggerli tutti, i titoli citati, sia quelli di Dostoevskij che gli altri. E ora non so più da che parte ricominciare.
Quindi: bene con le digressioni; e tuttavia la forma letteraria dello zibaldone-divertissement non mi emoziona abbastanza per arrivare a dare il massimo dei voti. Ed è pur vero che non saprei dire cosa mi aspettassi, visto che le biografie super-dense e super-seriose (ad esempio Tolstoj di Citati) generalmente non sono di mio gradimento.
Mi converrà piuttosto sottolineare i lati positivi: Nori gioca con le parole come Pontiggia, si fa la paternale da solo come Bulgakov, sa prendere mirabilmente in giro i tempi moderni fatti di lockdown, neologismi, film e letteratura americani; e per contro sa dare grande consolazione ai divoratori di classici russi e più in generale a tutti coloro che amano rifugiarsi nel XIX secolo. Last but not least, da' ottime dritte nella scelta dei traduttori per quando si deve prendere un libro di Dostoevskij.
Nessun commento:
Posta un commento