Accidenti Melandri, proprio ora che ho fatto un patto col diavolo per assicurarmi una casetta ad alta quota, sul crinale... proprio ora mi hai fatto venire voglia di rivedere il mare?!?
L'ambientazione super-isolana di questo racconto (L'Isola dell'isola, si potrebbe dire) ha fatto sì che io abbia inaspettatamente trovato qui quel che inutilmente avevo cercato ne Il postino di Neruda di Skármeta: ambientazione marina forte, dirompente e avvolgente, di cui l'autrice sa fare ben sentire i profumi e ben vedere i colori e finanche ben sentire le superfici.
Più in generale, questo racconto è un lavoretto molto ben fatto: denso, conciso, preciso, ben pensato e ben scritto. La marina di cui sopra è anch'essa protagonista ma non è il tema ultimo della narrazione. Il tema centrale è un travaglio assai complicato, gli anni di piombo ci hanno provato in tanti a descriverli e a restituirli, e in questo la penna della Melandri ha brillantemente raggiunto lo scopo laddove gli altri avevano goffamente fallito: vuoi grazie alla concisione di cui dicevo sopra, vuoi grazie alla presenza dell'Isola che è protagonista ma anche metafora, vuoi perché il punto di vista che ci viene offerto non è diretto ma laterale, un punto di vista che comunque non ha la neutralità di un narratore onnisciente ma è calato ben dentro la Storia, un punto di vista a suo modo di parte; e anche così la Melandri riesce bene a concludere il discorso senza condannare e senza assolvere nessuno.
Un racconto ben scolpito e compiuto, cui si può girare e rigirare intorno come una scultura a tutto tondo (ecco che torna la metafora dell'isola) e analizzare le parti sotto aspetti diversi, non solo quello della Storia ma anche quello delle singole vicende personali dei protagonisti. Una di quelle letture in cui, anche se i temi sono duri, si torna a rifugiarsi con piacere.
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