Sin dall'inizio sapevo come questo non fosse il mio genere di libro. Alcune recensioni mi avevano invogliata a fare il tentativo: e all'inizio sembrava funzionare, mi stavo meravigliando da quanto si lasciasse leggere bene, quanto il ragazzino protagonista fosse ben costruito, e da quanto felici fossero le trovate che compongono la trama, in primis quella che vuole trovare quasi quasi una spiegazione scientifica all'esistenza del vampiro, avvicinando e accomunando morbo e cancro da un lato, pedofilia e alcoolismo dall'altro. Ma a lungo andare la faccenda si è fatta noiosa e ripetitiva, tutte queste descrizioni di sangui e muchi vari mi sono sembrate fini a sé stesse; e quando mancavano ormai una trentina di pagine al termine del libro, mi sono ritrovata nella poco invidiabile situazione di chi non vede l'ora di finirlo per levarselo di torno ma di come va a finire la storia non gliene potrebbe fregare di meno.
Tutto quello che concerne l'aspetto horror e splatter del racconto dapprima mi ha lasciato alquanto freddina (e qui stava la novità, di solito lo splatter mi irrita a morte) ma a furia di ripetersi mi ha proprio scocciata; la parte di racconto che si dedica ai rapporti interpersonali e alla psicologia che sta dietro scelte e azioni, quella devo riconoscere che è ben pensata e meritava miglior sviluppo. Tanti commenti si soffermano sul paragone tra questo romanzo di Lindqvist e quello della Meyer, ovviamente accomunati dalla presenza del vampiro e dal formarsi di un rapporto empatico - se non proprio amore - tra umano e vampiro. Io invece trovo che questo romanzo di Lindqvist ricalchi molto molto da vicino l'idea e in fin dei conti anche la trama e anche l'ambientazione di L'amore contro di Covacich: in entrambi c'è l'esperimento di vedere accostarsi, nel cuore della periferia, due scarpe spaiate. Entrambi gli esperimenti sono scevri da ogni romanticismo eppure non privi di una qualche poesia. E' un peccato che l'autore abbia preferito concentrarsi sul lato horror e tralasciare il resto.
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