Come già accaduto per altri libri, anche questo mi è finito sotto il naso per via di una di quelle intervistine un po' fuffose di rainews24: sto tirando l'aspirapolvere, c'è la televisione accesa, e mentre ci passo davanti leggo un titolo "autobiografia dei miei cani". Copertina non da innamoramento ma comunque piacevole; di certo il titolo non poteva non attirare l'attenzione di una cinofila come la sottoscritta. Me lo sono portato in ospedale con l'intenzione di leggerlo durante i lunghi tempi di attesa e durante gli ancora più lunghi riposi forzati. Poi, in realtà, è andata a finire che in ospedale non ho letto affatto: sono stata tutto il tempo in piedi alla finestra a guardare fuori, perché si da' il caso che la mia finestra (proprio come era già accaduto due anni fa) fosse affacciata su un gran bel maneggio, e dunque ho passato le ore a sgolosare (diciamo pure sbavare dietro) i fortunati esseri a sei zampe che andavano avanti e indietro sculettando solennemente. Sono tornata a casa dall'ospedale con la ferma intenzione di procurarmi un cavallo anche io: certo, ci vorranno tempo e organizzazione, ma sono materie prime che non mi mancano. Nel frattempo, ho iniziato a leggere il libro della Petrignani appena rientrata in casa, il diciassette giugno.
Come detto, già dal titolo sapevo che non avrei faticato ad entrare in sintonia con i suoi punti di vista. Per un attimo ho temuto che potesse dilungarsi troppo nell'adorare e incensare le sue bestiole, perché questo è un difetto conclamato in ogni proprietario di animale domestico. Per ogni padrone, il proprio animale è senza dubbio il più bello, il più intelligente, il più interessante, il più adorabile, il più buffo, il più tutto, e insomma i dialoghi tra proprietari di cani (ma anche di gatti) finiscono spesso per essere dei dialoghi tra sordi in cui ognuno si perde romanticamente a raccontare i piccoli aneddoti relativi al proprio quadrupede e non da' troppa attenzione agli aneddoti degli altri. Ma a lettura ultimata, posso ben dire che questo rischio, nel libro della Petrignani, è stato scongiurato.
Quel che ho trovato è un libro ombelicistico, cerebrale, lento, dunque sulla carta non doveva essere una cosa nelle mie corde, e invece l'ho gradito. La sua lentezza è un modo per prenderla alla larga, sta solo fingendo di fare una lista di cani, ma in realtà sta facendo una lista di persone, e soprattutto una lista di morti. Tutto il discorso ruota intorno a una tragedia, a un giorno tragico, e alla morte in generale. E poi anche ad una storia d'amore un po' a sorpresa. Sonda tanti argomenti e non tutti li porta a termine, qualcuno rimane un vicolo cieco, ma è come girare nelle strade di un borgo medioevale, i vicoli ciechi è normale che ci siano. E tutti questi accostamenti messi insieme, più le belle ambientazioni ben descritte, più tante citazioni pertinenti, mi hanno fatta sentire a mio agio nel racconto e mi hanno disposto di buon grado ad ascoltare le parole della scrittrice. A volergli trovare il vero e un po' nascosto difetto, direi che mancano alcune parole forti per descrivere la sofferenza: di fronte ad ogni morte, e anche di fronte alla tragedia finale, l'autrice tende a glissare prima di dire un'ultima parola. Qualche volta è anche un po' troppo solenne nel voler dare significati importanti a momenti dell'infanzia che invece tanta importanza non hanno, se non quella di essere rimasti fissi nella memoria. Gli aneddoti dell'infanzia non devono sempre per forza essere premonitori o profetici di quel che accadrà nel futuro, anzi, raramente lo sono. Però sono foto da sfogliare: e ammetto che quando uno prende il via, poi diventa difficile fermarsi.
Terminato in un mattino di ventiquattro giugno che sembra proprio ventiquattro di novembre, con pioggia gelida e battente. Prima o poi l'estate si deciderà ad arrivare. Ma per ora non c'è fretta, prima di arrivare mi lasci il tempo di togliere tutti i bendaggi e i drenaggi e di riprendere l'uso delle gambe.
Edit 26 novembre - Posto oggi la recensione, a distanza di mesi dalla lettura. Le considerazioni che avevo scritto restano valide, rimane pur sempre una lettura da tre stelle e mezza. Però resta una cosa da aggiungere e/o ammettere: in questo libro la scrittrice è veramente snob. Magari non lo è in altri libri, probabilmente non lo è nella vita reale e quotidiana, ma in questa opera non si può proprio non definirla snob.
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