mercoledì 3 luglio 2024

T - Chetna Maroo

 Come previsto non diventerà uno dei miei preferiti di tutti i tempi, eppure ho idea che si tratti di uno di quei libri che hanno bisogno di sedimentare per un po', per poi arrivare ad essere rivalutati e guadagnarsi una stella in più. 

Parte bene esprimendo a suo modo l'incomunicabilità del dolore, le sensazioni non dette, congelate, fatte di sguardi o al più di gesti, emozioni che restano sospese come un lampadario in procinto di precipitare - energia potenziale ma non cinetica, non ancora - e l'angoscia dei protagonisti pare proprio quella delle figure ritratte da Edvard Munch. Poi, a lungo andare, la esile trama inizia un po' a girare su sé stessa (o girare a vuoto), ci sono elementi ripetitivi che sembrano non portare da nessuna parte (la stessa videocassetta riguardata all'infinito, le presenze del fantasma della madre, i malesseri e i mancamenti della protagonista, le lettere a Bala) e bisogna proprio arrivare alla fine per rendersi conto che se non portano da nessuna parte è perché si tratta più di un racconto lungo che di un romanzo: un racconto è una fotografia, e questo è una fotografia in seppia. 

 Condivido quanto scritto da @ferliegram laddove dice "mi sono sentito per lo più tenuto fuori da questa storia, più uno spettatore che un lettore partecipante" ed anche "ho però molto apprezzato l'originalità nel trattare una tematica così trita e ritrita come la perdita di un genitore e i conseguenti sconvolgimenti nella quotidianità di chi resta"

E riguardo quest'ultima cosa, la perdita del genitore: i più terribili sono La ragazza delle arance e Molto forte, incredibilmente vicino. Questo di Chetna Maroo li sorpassa alla grande. Ma meglio di questo di Maroo, a mio avviso è Caos Calmo nel descrivere in maniera implicita quella fase di "congelamento" del dolore, quando si è talmente stupiti e impietriti che non si riesce nemmeno a piangere. Quella fase che sta come un profondo respiro tra la tragedia e le lacrime. 

Una somiglianza che mi è venuta in mente è con i romanzi di Ali Smith. Ma più di tutto ho sentito una notevole somiglianza con L'oratorio di Natale: quest'ultimo non ambienta la sua storia in un contesto di immigrazione come invece fa Maroo, ma la cosa che accomuna fortemente i due libri è il modo di raccontare il dolore: raccontarlo per sottointesi, per non detti, con sguardi e silenzi, con impazzimenti che sfociano in un realismo magico. Nei commenti a L'oratorio di Natale avevo scritto: "Un libro sia sul dolore che sull'inadeguatezza. Il dolore della perdita è ben espresso: non tanto nelle parole dei protagonisti - che anzi per effetto del dolore quasi perdono la capacità di parlare - quanto nei loro gesti e atteggiamenti e sensazioni." Ho ricopiato pedissequamente perché è una descrizione che calza alla perfezione anche per il racconto di Chetna Maroo. 

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