Non so bene il perché ma mi aspettavo di trovare un certo tipo di scrittura: precisa, affilata, levigata, di quelle su cui lo scrittore continua a lavorare per anni tornando a fare impercettibili aggiustamenti, più e più volte. Invece ho trovato l'opposto: non proprio frettolosa e approssimativa ma comunque una scrittura che risponde in primis ad un'urgenza.
Tutto ciò premesso, ho scoperto un racconto in certo modo salvifico.C'è la "natura" finalmente descritta per quel che è: una parte del creato non solo paradisiaca e non solo fatta di bellezza come accade in tanti, troppi libri superficiali, bensì una realtà che sa essere anche feroce e ingiusta e anche sozza e rozza, invadente e persino soffocante.
È pur vero che il racconto ha un aspetto innegabilmente fiabesco, con il protagonista che, nel passeggiare, interroga le rondini, le vespe, i rospi, le lucciole, le piante e tutti gli elementi del paesaggio. Ma quel che poi emerge, a ben vedere, è il lato oscuro della fiaba. Parla con un castagno mezzo secco, ma la pianta "non mi risponde". rivolge domande alle vespe e ai rospi, "ma loro non mi rispondono". Ed è così, per assonanza del testo, che ho focalizzato la colonna sonora imprescindibile di questo racconto lungo: King Crimson, I talk to the wind.
"I talk to the wind /my words are all carried away / I talk to the wind / the wind does not hear / the wind cannot hear."
C'è il senso panico non solo della natura come giustamente osserva @Ubik, ma di tutto l'universo e di quello che forse c'è ancora più in là, ancora più al di sopra dell'universo. C'è una visione tragica e distopica di un futuro ricavato dentro a un presente, e senza per questo dover necessariamente scrivere un racconto distopico in senso stretto.
Riesce a descrivere come una vertigine sia lo scorrere del tempo che il precipitare del pensiero nello spazio. Fino a dare una rappresentazione assolutamente plastica dell'entropia: non solo un caos di bestie che si cibano di piante, piante che sopravvivono fagocitando altre piante, muschi e licheni che si mangiano le pietre, ma persino un caos di morti che si mescolano con i vivi: il caffelatte totale e definitivo.
Inutile specificare - nelle recensioni varie nel corso degli anni l'ho già scritto centinaia di volte - come io mi sia trovata subito nel mio elemento, con un racconto ambientato in un paesino fantasma e diroccato e arroccato su un costone da cui si guarda tutto un versante di bosco completamente disabitato. Talmente nel mio elemento che alla fine di tutte le peripezie sono riuscita a venire ad abitarci, in un posto del genere.
Letto in un weekend di inizio luglio che per forza di causa maggiore meteorologica assomiglia solo vagamente ad un inizio giugno decente: e proprio all'inizio di giugno sono ambientate le prime pagine del racconto. Ho visto comparire tra le pagine le lucciole, nella scena in cui il protagonista le interroga sul perché e il percome del loro miracoloso per quanto basso voltaggio: ed è stato come chiamarle. La sera stessa sono comparse in numero esiguo nei prati ancora molto freddi intorno a casa mia, ma in gran numero nella parte un po' più bassa della valle dove l'aria è già più calda.
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