venerdì 18 aprile 2025

Piano nobile - Simonetta Agnello Hornby

 Che brutta faticata, e che delusione.

Inizio a leggere e fatico molto ad entrare in sintonia con il mood dei personaggi. Forse perché sono un po' piatti e non hanno un mood ben preciso. Non trovo la loro lunghezza d'onda. C'è una grande ridda di personaggi ma la quantità non fa la qualità, per lo meno non automaticamente.

Ad un certo punto mi imbatto in uno di quegli erroracci da dilettanti che fanno venire voglia di schiantare il libro contro il muro: siamo nel giugno del '42, tutta la famiglia è riunita intorno al grande tavolo; dopo le portate principali vengono serviti il biancomangiare e l'uva fragola... ma l'uva fragola in giugno?!?!? Va bene che in Sicilia il clima è più mite che altrove; mettiamo pure che l'estate del '42 sia stata la più calda del secolo, ma anche così, come si fa... è una vite o è uno sputnik? Per par condicio avrei dovuto abbandonare la lettura, così come dopo aver trovato un errore analogo avevo abbandonato il libro della Fusconi (là erano le more in giugno: ma 'ste scrittrici, hanno tutte la serra sul terrazzo? o gli spediscono la frutta fuori stagione dal Sud America?). Questo l'avevo scelto solo perché come al solito non so resistere alle sirene di un bel titolo che richiama il pensiero delle antiche magioni, e alle promesse di un'ambientazione fin de siécle. Ci ricasco sempre, sempre, sempre.

Dopo l'affaire dell'uva fragola ho perso la fiducia nell'autrice e nella voce narrante (in realtà le voci narranti sono quelle dei protagonisti stessi, ma oramai la finzione è usurata e mostra la tela sottostante), nondimeno vado avanti a leggere con un interesse tra il sufficiente e il discreto: per appassionarsi alle soap in un week-end di pioggia ci vuol poco.
Spezzettare la storia in più punti di vista e rapidi flashback e flasforward, questo è un gioco che funziona bene, punto a favore. Ma non basta per arrivare a punteggi alti.
Si ripropongono stessi temi e stessi schemi de I Viceré, e insomma il confronto con i grandi capolavori non è mai facile.
Durante la lettura ho ripensato spesso anche al Roccaverdina, anche in questo caso il confronto è impietoso: Capuana riesce a trasmettere più scosse, più emozioni, più paesaggi, più tempesta, più profumi, più tutto... adoperando meno pagine e meno personaggi.
Ammetto comunque che attraverso i classici temi della famiglia, delle questioni di eredità e perché no, anche delle questioni di cuore, la Agnello Hornby riesce a sviscerare bene le psicologie dei personaggi. Forse non proprio di tutti, alcuni le riescono meglio di altri.

Verso il finale del romanzo, nella settima lettera di Carlino a Mariolina, trovo una nuova stupidata - forse anche peggiore di quella dell'uva fragola - in cui si sostiene che i siciliani trapiantati in continente cercano sempre di imitare l'accento del posto in cui vivono e lavorano e usano parole del dialetto locale, mentre non accade mai il contrario. È la cosa più stupida che abbia mai letto in un romanzo, anche se detta da un protagonista giovincello. In Italia ci sono numerosissime lingue e dialetti e accenti, e forse l'unica sacrosanta verità è che uno l'accento non riesce mai a toglierselo del tutto, per quanto si impegni, e i vocaboli del proprio dialetto natale si continua ad utilizzarli per sempre, magari anche storpiandoli un po' ma non spariscono mai del tutto. Per non parlare, poi, dei difetti di pronuncia che con ogni probabilità hanno origine genetica, anche se c'è chi sostiene il contrario... vabbé, qui si potrebbe aprire una parentesi infinita, meglio lasciare in sospeso sui puntini.

Orientata verso le due stelle, porto a termine la lettura soltanto per la curiosità di sapere se ci saranno delle sorprese: le sorprese che il morituro annunciava all'inizio del romanzo, con ogni probabilità sorprese legate al suo testamento. Eppure nel finale siamo già negli anni cinquanta, il morituro è morto nel '42, cosa ci può essere ancora da scoprire circa le sue ultime volontà?
E intanto mi sono sorbita la noia mortale di tutta la parte di lettere di Carlino a Mariolina: anzi, devo registrare che nei romanzi, ogniqualvolta si affaccia sulla scena Aleister Crowley, direttamente o indirettamente, ecco che il povero lettore annega nella noia mortale mentre lo scrittore ancora gongola perché convinto di aver acceso i fuochi d'artificio. Duh.
Arrivo alla fine e delle mirabolanti sorprese testamentarie non c'è traccia, dunque tutto quel ripetere "avranno delle sorprese" era tanto per dire. In compenso una sorpresa c'è: aver trovato un romanzo in cui il tema dell'omosessualità viene trattato in maniera così banale e superficiale che manco un bambino di quattro anni. E le due stelle diventano una.

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