domenica 29 giugno 2025

Piangi pure - Lidia Ravera

 


Primissimo impatto con le primissime pagine: scrittura un po' respingente (si trovano frasi troppo arrotolate su sé stesse) e protagonista un po' respingente (non so dire se sia troppo realistica o troppo finta). Trama ed impianto debolucci. Uno potrebbe dirmi: ma nel 2025, stai ancora a guardare la trama e l'impianto? Sì, lo so che non sono così indispensabili, però se mancano quelli allora ci deve essere qualcos'altro a fare da spina dorsale, e qui il qualcos'altro latita. C'era il personaggio di Carlo che mi interessava, mi ricordava qualcuno che conosco, e poi invece mi diventa deboluccio anche lui, parla in maniera troppo ampollosa per essere realistico. La figlia e la nipote sono studiate a tavolino per essere odiose. Tutti gli altri personaggi femminili vengono descritti come 'palle di lardo'*, il punto di vista di questa signora ottantenne trasuda acidità, al punto tale che potrebbe tranquillamente vedersela con mia mamma, gareggerebbero da pari a pari. Mi piacerebbe sentirle (o leggerle) mentre si lanciano frecciate velenose a vicenda, questo sì che sarebbe un testo senza trama ma divertente. Ed io che speravo di trovarci la "tenerezza" tanto sbandierata in copertina; altroché: tonnellate di acidità. Questa ottantenne in realtà è una bambinona. Mi si dirà: bene, vuol dire che è realistica, gli anziani spesso e volentieri regrediscono fino ad uno stato pressoché infantile. Ma un'ottantenne che non ha - non dico una malattia - ma che non ha mai avuto a che fare con nessun acciacco di nessun tipo, si siede per terra a gambe incrociate e si rialza senza nessunissimo aiuto delle mani (!), insieme alla giovane Debbie sale le scale fino alla mansarda al quinto piano (quindi almeno dieci rampe di scale senza fare una piega), anche nel finale in albergo corre su e giù per le scale più scattante di Sinner, un'ottantenne i cui unici malesseri sono quelli presenti nella sua immaginazione quando le viene un attacco di panico notturno... questa è un'adolescente a tutti gli effetti. Tipico da adolescente anche il misto di cattiveria/invidia con cui commenta l'aspetto di tutte le altre donne. Le vecchiette descritte da Charlotte Wood ne Il Weekend sono mille volte più plausibili.
In fin dei conti il personaggio che preferisco, di tutto il libro, è il grande attico in Viale Parioli. E ho detto tutto.

Un po' troppa ricerca lessicale: temo che sia per il puro e semplice desiderio di stupire il lettore. Esempio: se un autore/autrice riesce a mettere il vocabolo "periclitante" nel suo romanzo, può essere anche un elemento positivo, vuol dire che possiede un ottimo vocabolario; ma se stava solo spiegando che nel tal posto il cellulare prende poco e a singhiozzo, allora credo che qui si stia solo facendo uno sfoggio. Mi si dirà: è una signora colta, è una scrittrice, usa un vocabolario desueto. Sì, ma poi allora non mi tornano i conti con altri vocaboli usati del tutto a sproposito (qualche esempio: usa paracarro al posto di banchina, usa rollio al posto di ronzio, assale al posto di cassone, campata anziché corsia: a quanto pare con i termini tecnici non ce la può proprio fare); per non dire dei congiuntivi sbagliati: ne ho beccati più di uno. 

Non è tanto chiara nemmeno la struttura narrativa dell'opera. Le prime 250 pagine sono il diario della protagonista, poi la sera del 31 dicembre lei decide di smettere di scrivere il diario. Quindi nelle settanta pagine successive sarà la voce esterna a tenere un surrogato del diario: poco elegante, ma vabbé, la prenderei per buona, se non fosse che a pagina 290, dalle parti del 15 gennaio, mi si dice che lei va a tirare fuori il quaderno dal cassetto per rileggere le parole scritte due o tre giorni prima. Quindi: con il diario ha smesso o ha ricominciato? Boh, Rinuncio a capire. Sarò io che son troppo pignola. (Spoiler sensazionale: a pagina 330 riprenderà a narrare la protagonista in prima persona, ma senza diario).


Insomma, mi aspettavo di più, invece è una lettura senza lode e senza infamia. O forse sarebbe meglio dire: sia lode che infamia.
Si trovano alcuni spunti brillanti, altri pessimi. Nello stesso paragrafo, a distanza di pochissime righe, trovi una riflessione azzeccatissima e subito prima (o subito dopo) una castroneria colossale (vedi esempi citati sopra). Tema della vecchiaia affrontato con troppa acidità, tema della malattia con superficialità (nella prima metà del libro Carlo sta facendo la chemioterapia ma ha bei capelli e baffi folti, dopo alcuni mesi ha appena finito la radio e lì ha perso tutti i capelli. Raveraaaaaaa! È il contrario! Se fai errori di questo calibro, poi non serve più a niente filosofeggiare sulla malattia). Tema del suicidio trattato in maniera goffa. Forse, nel finale, vorrebbe imitare o ricreare un qualcosa di simile a L'amore ai tempi del colera, ma non ci si avvicina manco per sogno.

Fino a metà lettura viaggiavo verso le tre stelle, forse anche un po' stiracchiate. Verso pagina duecento ho iniziato a rendermi conto che stiracchiata ed irritante è l'idea di scrivere un romanzo in cui c'è una signora che scrive un diario, e nel diario si racconta la genesi del suo romanzo di successo, solo che io lettrice quel romanzo non l'ho letto, non potrei averlo letto perché a tutti gli effetti quello non esiste, e allora c'è bisogno che nel diario la signora un po' me lo citi, un po' me lo spieghi, un po' me lo riassuma, mi faccia notare la differenza tra l'auto-fiction che c'era nel romanzo e la vera verità che sta scrivendo ora nel diario. Un po' troppo complicata, la cosa, per i miei gusti. Forse questo fantomatico romanzo di successo dell'anziana signora in realtà vuol essere l'alter-ego di Porci con le ali, ma anche così l'esercizio di scrittura mi rimane contorto, tutto un giuoco di specchi finalizzato unicamente a guardarsi l'ombelico.

E poi, a pagina 219, finalmente casca l'asino: una perla in perfetto stile Gospodinov. "Tutto ciò che è scritto diventa vero. Anche se non è reale." Duh. Ora non lo so più se ce la faccio a portare a termine la lettura.

Alla fine ce l'ho fatta, a tirarci in fondo; ma per definizione, se uno si ritrova a parlare di "tirarci In fondo", non si può accendere più di una stella. 


*)Giunta al termine della lettura resto allibita per la quantità di epiteti che la protagonista, nel corso di tutto il libro, rivolge alle donne le quali, secondo il suo metro, sembrano essere tutte delle ciccione mostruose. Anche se non è  il pensiero dell'autrice, anche se si tratta di fiction pura, c'è comunque di che vergognarsi a creare siffatto personaggio e a battere su quel tasto ancora, e ancora e poi ancora. Il messaggio sembrerebbe essere: si deve perdere la testa per una giovane bellissima tipo top-model (la nipote), ci si può innamorare di una vecchietta (la nonna) anche  se rinsecchita (oppure forse, a 'sto punto, proprio in quanto rinsecchita), ma tutte le altre, incluse quelle con la canonica forma 90-60-90, mandatele tutte o dal dietologo o al patibolo. Ma questa scrittrice, non doveva essere una paladina sessantottina o qualcosa di simile?)

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